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Perché questo blog.

Più di qualcuno mi ha consigliato di utilizzare lo strumento espressivo del blog per esternare le mie idee, pubblicare i miei pensieri, esprimere quel che sento. Ci provo, seppur conscio della mia innata incostanza; che sicuramente verrà contrappuntata su queste pagine dalla presenza più di pause che di produzioni .

In realtà sono qui perché ormai fobico delle strade affollate. Nel senso che intendo provare a percorrerne una meno battuta rispetto alle adunate caciarone e autoreferenziali in cui, ormai, si sono trasformati i comuni Social presenti nella rete.

Snobismo intellettuale ? Forse. Anzi, sicuramente.  Ma non solo.

Alle prossime esternazioni. Incostanza permettendo.

 

Sommario delle pubblicazioni (che potrete leggere scorrendo verso il basso):

09/12/2017  – Primi giorni – [racconto autobiografico]

18/11/2017  – La visita della Madre – [racconto inedito]

11/11/2017  – Sanità Militare. Storia di una occasione perduta – [conferenza]

04/11/2017  – Il “mio” Maestro MANZI – [racconto autobiografico]

17/10/2017  – Ricordi balcanici (2006) – [racconto autobiografico]

15/10/2017  – “Straordinarie Polarità Lunari” alla Associazione ex-alunni Flacco – [annuncio]

 

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Sprazzi di esistenza: primi giorni.

[racconto autobiografico]

Primi giorni

Sono nato nel lettone di casa. A Bari nel 1958, il 28 di ottobre.

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Ero figlio di due tipografi.

Dall’età di dieci giorni mi toccò seguire mia madre al lavoro. Per cui come culla mi ritrovai sul bancone tipografico, come ninnoli ebbi le lettere in piombo con cui si componevano i manifesti e per cuscino pile di pagine di libri appena stampati e in attesa di rilegatura.

 

bancone tipografico

Respiravo più inchiostro che polvere di talco: quando mi sottoponevo alle analisi del sangue con quel che avanzava ci ricaricavano le stilografiche.

—–

Il “mio” Maestro MANZI.

racconto autobiografico ]

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Non l’ho mai conosciuto personalmente; ma è stato il Docente più importante della mia vita.
Dal 1961 in poi presi a trascorrere i miei solitari pomeriggi assieme a lui, debitamente corredato di fogli di carta e penna. Mi bastava accendere il televisore, controllare che brillasse la lucina rossa dello stabilizzatore ed attendere la comparsa delle immagini trasmesse dall’unico canale allora disponibile. Lui arrivava puntuale.
Entrava nelle case di tanti italiani; ma da bimbo di tre anni quale ero, avevo la convinzione che apparisse in quella scatola di legno e vetro solo per me. Per questo mi sedevo puntuale davanti allo schermo, temendo che se mai un giorno fossi stato assente, se mai gli avessi fatto “il bidone”, non sarebbe più tornato a trovarmi.
Parlava. Spiegava. Scriveva con un gessetto bianco su una lavagna di ardesia numeri e lettere grandi, comprensibili.
Io lo ascoltavo; e ne riproducevo i gesti. Imparavo. Con lui, grazie a lui, appresi a parlare correttamente, a leggere, a scrivere.
Ed ancor ora non c’è giornata in cui non mi venga in mente almeno una volta. Non c’è riga che io scriva in cui lui non ci sia. Non c’è parola che io legga in cui non risuoni la sua voce nella mia mente a scandirmene le sillabe, ad illustrarmene il significato.
Il maestro Alberto Manzi c’è ancora. È vivo. È ancor oggi sempre nel mio cuore e nella mia mente.
Non si è mai mosso di lì sin da quando vi entrò.
In uno di quei pomeriggi solitari del 1961.

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Ricordi balcanici (2006)

2006 - KOSOVO

Era il 2006, più o meno di questi tempi, in un villaggio del Nord Ovest del Kosovo. Al centro dei Balcani.
Davanti a me due soldati di contrapposta fazione: lei kosovara, lui serbo. Nemici.
E tra essi io, l’italiano chiamato a mediare, a istruirli, a coordinarli, a farli ragionare. Perché in quel paesino dalle parti di Pec (dizione in serbo) o Peja (pronunciato in albanese-kosovaro) i malati, i vecchi, i bambini erano di entrambe le etnie. Il dolore non sventolava bandiera.
Al termine di quella giornata rientrai soddisfatto alla base, il “Villaggio Italia” di Belo Polje.
Esercitare così la mia professione aveva avuto un senso, al termine di quella giornata. E di molte, tante altre.

“Straordinarie Polarità Lunari” alla Associazione ex alunni del Liceo Orazio Flacco di Bari

Più o meno di questi tempi quarantacinque anni fa (sic !) iniziava la mia avventura scolastica nel Liceo Classico “Quinto Orazio Flacco” di Bari. Nella mitica sezione C.
Ricordo nitidamente quanto fossi intimidito nel respirare la stessa aria e calcare gli stessi pavimenti già calpestati dai più prestigiosi intellettuali e professionisti che la mia città abbia generato. Molti dei quali miei insegnanti, a fare inizio (ne cito uno per tutti) dall’immenso prof. Fabrizio Canfora, mio “terribile” docente di Storia e Filosofia.
Mai avrei immaginato che, dopo quasi mezzo secolo, mi sarei ritrovato a condividere emozioni e ricordi con altri ex alunni come me. E, soprattutto, mai avrei sognato che un giorno avrei presentato assieme a loro nientemeno che un mio lavoro letterario; sicuramente non pretenzioso, ma tanto, tanto “vissuto”.
Per la prima presentazione assoluta a Bari di “Straordinarie Polarità Lunari” non avrei potuto chiedere di meglio.
Grazie a Didì Morea e al Consiglio della Associazione ex alunni per averlo reso possibile.

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