LERARIO Cosimo blog

ridotto

Perché questo blog.

Più di qualcuno mi ha consigliato di utilizzare lo strumento espressivo del blog per esternare le mie idee, pubblicare i miei pensieri, esprimere quel che sento. Ci provo, seppur conscio della mia innata incostanza; che sicuramente verrà contrappuntata su queste pagine dalla presenza più di pause che di produzioni .

In realtà sono qui perché ormai fobico delle strade affollate. Nel senso che intendo provare a percorrerne una meno battuta rispetto alle adunate caciarone e autoreferenziali in cui, ormai, si sono trasformati i comuni Social presenti nella rete.

Snobismo intellettuale ? Forse.

Anzi, sicuramente.  Ma non solo.

Alle prossime esternazioni. Incostanza permettendo.

 

La straordinaria leggenda del medico che partorì sua figlia.

Gli scaffali dell’Ippocampo – n. 4

“Ma una notizia un po’ originale / Non ha bisogno di alcun giornale / Come una freccia dall’arco scocca / Vola veloce di bocca in bocca”  (Fabrizio De André, Bocca di Rosa, 1967)

Accadde parecchi anni fa. Ero in una farmacia di un paese in provincia di Bari. Attendevo in fila il mio turno. Mi precedeva una signora che non aveva nessuna fretta di terminare i suoi acquisti; e, anzi, indugiava piacevolmente nel chiacchierare con la dottoressa che, da dietro al bancone, mostrava di apprezzare a sua volta quel momento di sana rilassatezza. Non so nemmeno se, concentrate com’erano sugli argomenti di conversazione, si fossero accorte della mia presenza. Ma non avevo fretta, per cui restai ad ascoltarle incuriosito.

Erano tempi in cui, soprattutto nei centri più piccoli in cui tutti si conoscono, qualsivoglia passaggio in qualunque negozio o ufficio pubblico era occasione di ascoltare di tutto: dalle ricette gastronomiche ai racconti di episodi e cronache della vita della gente. Quelle che vengono, crudamente, chiamati pettegolezzi.

Erano tempi in cui non si circolava in mascherina, in tutta fretta e regolarmente distanziati.

Erano tempi in cui si aveva voglia di parlare.

Erano altri tempi.

La signora, che nel frattempo aveva posato sul pavimento le buste con la spesa, poggiò i gomiti sul bancone e guardando negli occhi la farmacista, chiese: “Volete sapere cosa è successo al Policlinico ?”. Non attendeva altro che ricevere dalla sua interlocutrice un cenno di assenso. E attaccò a raccontare.

“Questa è la storia del medico che partorì sua figlia. State a sentire.

Una mattina di un giorno di fine luglio, un medico accompagnò sua moglie in Clinica a partorire.

Quel dottore non lavorava in Ostetricia, ma poiché in quel Reparto era molto conosciuto, gli concessero di restare a fianco di sua moglie durante il travaglio. Anzi, gli chiesero proprio espressamente di farlo; che lui, in realtà, non è che ne avesse troppa intenzione.

Trascorsero molte ore dal loro arrivo. Per la gestante si trattava del primo parto; e, si sa, che di regola la prima volta i tempi di attesa sono molto lunghi.

Nonostante le stimolazioni… niente… il piccolo non si decideva proprio a venire al mondo. Non si poteva fare altro che attendere. E, così, tra un tracciato, una misurazione della dilatazione, una flebo, un massaggio sulla pancia se n’era andata l’intera giornata.

Era ormai sera. Mancavano pochi minuti alle 22, ora in cui sarebbe avvenuto il cambio del personale. Le infermiere e le ostetriche che erano lì dal pomeriggio, sarebbero presto state rimpiazzate da quelle del turno notturno.

Ad un certo punto, si udì un gran trambusto e delle voci concitate. Era necessario effettuare un parto cesareo in emergenza per una donna che stava per mettere al mondo quattro gemelli. Tutto il personale che stava avviandosi a smontare dal servizio venne dirottato in sala operatoria dove sarebbe stato rimpiazzato dal nuovo turno.

E, così, il medico e sua moglie restarono soli nella Sala Travaglio. Assieme ad una ragazzina di soli sedici anni, ovviamente incinta. Ebbene, il piccolo decise di venire al mondo proprio allora. La moglie del dottore lo chiamò accanto a sé e gli disse che sentiva qualcosa di strano premerle proprio lì, dalle parti del pube.  

Il medico sollevò il lenzuolo e diede una occhiata. Trasalì: un pezzo di testolina era già venuta fuori. E continuava a spingere in avanti.

Anche la ragazzina si sollevò dal proprio letto, richiamata dalla concitazione dei due coniugi. E quando vide quel che stava accadendo lanciò un urlo di raccapriccio, si strappò di dosso i cavetti che la collegavano al monitor del tracciato e scappò via di corsa.

Il medico iniziò a spingere il letto a rotelle con sopra distesa sua moglie nel tentativo di raggiungere la Sala Parto. Ma non fecero in tempo ad arrivarci. Già nel corridoio che separava le due camere, la bambina con un colpo di reni emerse sino alle spalle.

Al medico ormai padre non restò che fermarsi lì, disimpegnare il resto del corpicino e tirarla fuori completamente.

Urlò ad una ausiliaria intenta a lavare il pavimento alla estremità opposta del lungo corridoio di portargli qualcosa con cui tagliare il cordone ombelicale, che schiacciò inizialmente tra le dita prima di completare l’intervento nella vicina Sala Parto.

E così fu, che quel medico partorì la propria figlia. Questo raccontano. E questo vi sto raccontando.”

La donna si fermò. La farmacista la fissava a bocca aperta. Nella bottega calò una sorta di sospensione del tempo e dello spazio, che durò per un bel po’. Nessuna delle due si decideva a spiccicare parola.

Lo ruppi io, quel silenzio. E lo feci piuttosto bruscamente: “Ma no, signora. Cosa andate dicendo? Ma le pare che le cose possano essere andate proprio così ? Andiamo. Non è possibile che sia potuta succedere una cosa del genere. Chi gliel’ha raccontato l’ha voluta prendere in giro.”

La signora mi guardò più delusa che irritata dalla mia uscita inaspettata. Raccolse dal bancone i pacchettini dei farmaci che aveva ritirato. E mestamente, senza nemmeno salutare e senza voltarsi, uscì dalla farmacia.

Confesso che mi sentii un bel po’ in colpa per come l’avevo trattata e per come avevo demolito la sua narrazione. Non foss’altro, perché la storia che aveva raccontato non era affatto inventata.

Non ebbi, tuttavia, il coraggio di rincorrerla per rivelarle che era tutto vero. Perché io sapevo perfettamente che quella storia era accaduta realmente. Le cose erano andate esattamente come le aveva raccontate.

Ed io quel medico lo conoscevo. Fin troppo bene.

Ero io.

FINE

I Sogni pedalano in Gruppo.

Fiaba scenica da sellino in Atto unico (2017)

PERSONAGGI : Corrado (il ragazzo), Mauro (il nonno), Marco (Pantani, detto il Pirata), Fausto (Coppi, detto l’Airone)

SIPARIO

È il 13 maggio 2017, sabato. Per la prima volta nella sua Storia la cittadina di Molfetta, in provincia di Bari, sta apprestandosi a vivere una esperienza storica: la partenza di tappa del Giro d’Italia.

In un un basso a livello stradale su un letto su giace assopito un uomo (Mauro) visibilmente sofferente. Di fianco ad uno dei lati del letto è posta una sedia, Di fianco all’altro c’è un comodino sul quale è posta una bottiglia di acqua minerale ed un bicchiere, poggiati su una pila di giornali sportivi.

Un ragazzo (Corrado) arriva pedalando su una bicicletta- Entrato, si ferma, scende dalla bicicletta e la poggia sulla testiera del letto. Va a sedersi sulla sedia posta a lato del letto e prende la mano dell’uomo stringendola a sé.

Mauro (si desta di soprassalto, alza lentamente la testa dal cuscino, si solleva sui gomiti e nota la presenza del ragazzo) : Corrà, che stai a fare qua?

Corrado: Ciao, “il nonno”. Ti sono venuto a trovare. Come ti senti?

Mauro: E come mi devo sentire… Mi sento stanco. Debole. Mi sento come…come se tengo una barca intera poggiata qua sopra… Proprio qua sopra al petto. Non riesco nemmeno ad alzare un braccio. Corrà, per piacere… mi dai un po’ d’acqua?

Corrado: E come no… Poca però… che poi ti viene la tosse e non la smetti più.

Versa in un bicchiere un dito di acqua da una bottiglia posta sul comodino e lo accosta alle labbra dell’uomo così che ne assuma piccolissimi sorsi, dopo tre dei quali rimette il bicchiere sul comodino tossendo rumorosamente.

Mauro: Grazie, uagliò. Grazie assai. Che tempo fa fuori?

Corrado: Bello. Sta un bel sole. E fa caldo.

Mauro: Quanto pesce avrei preso se uscivo… Invece sto qua… in questo letto… a finire di campare.

Corrado: Nonno, che stai a dire? Finire di campare… si… proprio… Il tempo che ti riprendi e vedrai che pesca andremo a fare assieme. Sta tutta la stagione ancora.

Mauro: Uagliò… ma tu … ti sei alzato dal letto stamattina per venire a prendere per il culo proprio a me, il nonno tuo? O ti pensi che non sono in grado di capire che me ne sto andando… dolce dolce…? Guarda che il cervello mi funziona ancora. Tutto il resto se n’è andato ai carboni…ma la capa è ancora buona. Si…e mo’ mi faccio prendere per fesso da “na menza lenza” come te.   

Corrado non dice nulla. Guarda il nonno fisso negli occhi. Si inerpica sul letto. Quindi lo abbraccia con forza. I due restano abbracciati in silenzio per parecchi secondi. Il primo a staccarsi è Mauro che con decisione stacca il ragazzo da sé. Corrado si rimette a sedere.

Mauro: Meh, uagliò… basta adesso. Che sono queste sceneggiate da femmine… Che tempo sta fuori?

Corrado: Te l’ho detto prima… C’è il sole e fa caldo.

Mauro: Ah… E che ore sono?

Corrado: (guarda l’orologio al polso) Le otto e mezzo. Di mattina.

Mauro: Ah… E che giorno è oggi?

Corrado: Oggi è sabato. È il 13 maggio.

Mauro: Sabato 13? E tu che stai a fare qua…?

Corrado: Come che sto a fare qua… Sto vicino a te….

Mauro: Nella giornata di oggi… tu stai qua appresso a me …

Corrado: Eh… Nella giornata di oggi sto qua vicino a te…. E quindi…?

Mauro: E quindi… vuol dire che non ti ho insegnato proprio niente. Ho sprecato il fiato con te…

Corrado: Ma cos’è che stai a dire … Non ti capisco proprio…

Mauro: Ti ricordi o no che cosa sta a Molfetta oggi…

Corrado: No. Che cosa sta a Molfetta oggi?

Mauro: Ma come… che cosa sta a Molfetta oggi… Sta la partenza del Giro di Italia. Questo sta a Molfetta oggi.

Corrado: E quindi? Che ne dobbiamo fare che oggi qui sta il Giro d’Italia?

Mauro: (parlando tra sé e sé) È una cosa da matti …oggi…  con questo. Io sto qui a morire. E mio nipote sta diventando scemo. Ambo secco. Sta più nient’altro che deve succedere oggi?

Corrado: Ma si può capire che ti prende? Che stai dicendo?

Mauro:Sto dicendo che se non ti muovi ad andare a vedere il Giro di Italia, vuol dire che sei diventato tutto scemo. Ma come… Qui succede una cosa che non si era mai vista… una cosa che io e tu ce la siamo guardata soltanto alla televisione… quanti pomeriggi ci abbiamo passato davanti.Ed ora? Ora che sta qua, che la puoi vedere da vicino, che puoi andare a toccare i ciclisti…le biciclette… Ora che sta a Molfetta… tu stai qua a perdere tempo appresso a me. Ma vedi se si ti muovi… “spezzato di gambe”. Alza il culo dalla sedia, prendi la bicicletta e vai! Muoviti.

Corrado: Io da qua non mi muovo. Io solo non ti lascio.

Mauro: (sarcastico) Eh sì… Siccome lui rimane qua, quando arriva la Morte…quella lo vede, si spaventa e si va a fare un altro giro… si va a prendere qualcun altro…Muoviti! Alza il culo dalla sedia… prendi sta cacchio di bicicletta e vai!

Corrado: No. Io resto qua.

Mauro:Mannègghie a cùdde criste… Non mi poteva essere rimasta un poco di forza in corpo… solo un poco… che mi alzavo da sto letto e ti davo tante di quelle “stampate” sulla schiena finché non te ne uscivi da quella porta “bicicletta e tutto” … Muoviti!

Corrado: No. Puoi uscire matto quanto vuoi. Io da qua non mi muovo…

Mauro:La capa tosta… come una pietra. Tosta!

Corrado: Da te ho preso. Lo dici sempre.

Mauro: Ah sì? Io lo dico? E allora è meglio che adesso mi sto zitto. E vedi di stare zitto anche tu. Che non ti voglio più sentire.

Mauro distoglie lo sguardo dal ragazzo, si appoggia sullo schienale del letto, chiude gli occhi mettendosi a respirare profondamente e sempre più irregolarmente.Corrado restando seduto sulla seggiola, inarca il tronco in avanti e poggia la testa sul letto restando a fianco del nonno. I due restano in completo mutismo.

Dal fondo della stanza emergono due figure che procedono lentamente verso il punto dove è il letto su cui giacciono Mauro e Corrado. I due personaggi (Marco e Fausto) indossano completi da corridore di ciclismo.

Marco: “Mo’ boia d’un mond léder” … Fausto, ma ti sembra mai possibile che hanno bisticciato per colpa nostra? Ma si può…

Fausto: Pirata, guarda che non hanno mica litigato per noi due.  Anzi… Ricordi? Proprio quando si mettevano a parlare di noi due andavano d’amore e d’accordo. E come brillavano gli occhi al vecchio quando raccontava le mie imprese a Corrado…

Marco: Sempre modesto tu, mi raccomando…  Evidentemente non ricordi, caro il mio Campionissimo quante lacrime versarono tutti e due quando i telegiornali dettero la notizia della mia morte.

Fausto: Si che ricordo, Marco. Il vecchio riuscì a resistere solo fino a che non arrivò in mare aperto. Solo lì si lasciò andare e scoppiò a piangere… lui da solo. Attorno c’erano solo i gabbiani. E lo stesso aveva fatto quando seppe dalla radio che io me n’ero andato per colpa della malaria.Corrado, invece, quando ascoltò al telegiornale la notizia che riguardava te si chiuse in bagno per ore. E sua madre fuori a battere sulla porta, che non riusciva a capire cosa gli fosse successo… perché fosse così disperato. Era per te, Pirata. 

Marco: Sai, Fausto…penso che sia proprio per gente come loro che è valsa la pena vivere, sudare, combattere, vincere; ed anche perdere. Perché quando noi correvamo, ricordi? pedalavamo anche per loro. Soprattutto per loro. Perché portavamo addosso i loro sogni.

Fausto: Ed è per gente come loro che è valsa la pena anche morire. Perché se da vivi incarnavamo i loro sogni, ora che siamo diventati di Luce per loro siamo ancora più reali. Prima, quando eravamo vivi e correvamo, loro appendevano le nostre foto nelle camerette, sui muri dei luoghi dove lavoravano. Ma da quando non ci siamo più… ognuno di loro ci porta nei loro cuori, nella propria memoria. E’ così siamo sempre con loro, adesso. Noi viviamo in loro. E loro in noi.

Marco: (ironicamente) Accidenti che cosa profonda hai detto, piemontese… Ci hai pensato da solo o l’hai letta sulla Gazzetta dello Sport?

Fausto: Ohé, pirata di pozzanghera… Tu devi solo ringraziare che quando correvi io ero già morto. Che con tutta la polvere che ti avrei fatto mangiare ad ogni tappa ti saresti saziato per qualche mese. Altro che le piadine di cui ti ingozzavi.  

Marco: Ma va…va… Altro che quel povero cristo di Ginetto Bartali, che facevi martire.  Ci fossi stato io a quei tempi ti facevo sudare bagna cauda anche dal buco del… (sottolinea le parole con un gesto eloquente)

Fausto: Eccolo là: il solito volgare di romagnolo. Sempre assente quando c’era lezione di buone maniere, non è vero?

Marco: Ha parlato l’aristocratico signorotto della Langhe. Tu la bici la potevi usare solo per schiacciare le nocciole sotto le ruote. E poi gliele andavi a vendere alla Ferrero per fare la Nutella. Ah…ah…ah…

Fausto: Vabbè, giovane… Ora taci, che le chiacchiere sono tante. Ricordati perché siamo qui: che cosa abbiamo da fare. Che dici, come ci comportiamo? Come facciamo?

Marco: E che vuoi fare? Lo svegliamo e ce lo portiamo con noi. Come tutti gli altri.

Fausto: Ma tu sai, Marco, che quando ero vivo e mi raccontavano che quando si sale in cielo ti vengono a prendere le persone che hai avuto più care al mondo, io non ci credevo minimamente? Ed ora proprio io sono qui a fare sto mestiere. Il traghettatore di anime. Ma si può…

Marco: E non ringrazi il cielo che finalmente un mestiere te lo sei trovato? Non hai mai fatto nulla in tutta la vita tua; almeno da morto ti rendi utile.

Fausto: Da che pulpito… Sta parlando il re della riviera romagnola. Tu che non sudavi nemmeno in gara, visto che mandavi i gregari avanti a tirarti le volate. E dai …fai la persona seria.

Marco: (ridendo) A me… A me…dici di fare la persona seria? Oh, ma ci vuole proprio una faccia di cu…di bronzo…Tu dici a me di fare la persona seria? Tu che nel 1948 hai fatto l’attore con Totò nel film “Totò al Giro di Italia”? Tu che sei andato in televisione con quell’altro fenomeno di Ginetto Bartali a cantare al Musichiere? Mo’ dai… che fai miglior figura a stare zitto.

Fausto: Caro il mio bagnino di Cesenatico, a quell’epoca la gente riempiva i cinematografi per vederci sfrecciare nei notiziari delle Settimana INCOM per qualche minuto. Potevamo negare loro di vederci per due ore di fila in un film? E quando arrivò la televisione le persone invasero le case dei pochi che l’avevano pur di vedere me e Gino prenderci in giro con un microfono. Ma che ne vuoi sapere tu… E secondo te… che devo tacere me lo faccio dire da uno che correva in bandana e con l’orecchino per farsi chiamare “Pirata”? E dai… Nemmeno alle feste di Carnevale delle scuole elementari c’è chi andava così in giro.

Marco: A proposito di Giro…In tutti questi anni non te l’ho mai chiesto. Ma ora devi essere sincero… se ne sei capace. Dì la verità… Quanto ti ha dato fastidio che io sia stato il primo ciclista italiano ad uguagliare il tuo record: quello di avere vinto nello stesso anno Giro d’Italia e Tour de France?

Fausto: Ricordo. Ricordo. Ci riuscisti nel 1998. Vuoi che sia davvero sincero con te?Fui tanto, ma davvero tanto orgoglioso di te. Innanzitutto perché sei italiano; dopo di me e prima di te c’erano riusciti soltanto Anquetil, Merckx, Hinault, Roche e Indurain. Era ora che toccasse ad uno di queste parti, no? E poi… poi… ma perché ti ho sempre ammirato, Pirata. Come uomo e corridore. Guarda che non ti toglievo mica gli occhi di dosso da lassù. Le ho viste tutte le tue gare. E ho visto quanto sangue hai sputato dopo gli infortuni, per riprenderti, per tornare sulla strada. Sai? Quando nel 1995 quel fuoristrada ti prese in pieno mentre correvi la Milano-Torino ero lì lì pronto per venire a prenderti, Poi per fortuna ti sei ripreso e hai potuto eguagliare il mio primato. E poi… poi ho visto quanto male hai ricevuto. Quanto te ne hanno fatto…Come ti hanno distrutto quando a Madonna di Campiglio truccarono le provette con il tuo sangue per farti fuori dal Giro d’Italia e dall’ambiente con l’accusa più infamante. Quella di essere dopato. Ti iniziarono ad ammazzare quel giorno, Pirata. Non ti sei più ripreso. Cominciarono quella volta a distruggerti, sino a farti morire solo come un cane in quell’albergo di merda la notte di San Valentino. Bastardi!

Marco: Oh Fausto. Calma…È tutto passato ormai. Certo che, ora che ricordo, anche quella notte che mi venisti a prendere stavi fuori di te dalla rabbia. Ma ora è tutto passato. E chi ci pensa più…Ora stiamo insieme, no? Io e te. A tirarci le volate sulle strade di Luce.

Fausto: Eh sì… Ma ciò non toglie che sono stato davvero cattivi con te. Mah… forse, hai ragione tu: è acqua passata.

Marco: E tu ammiravi me…?E cosa dovrei dire io che sono vissuto nel segno del tuo mito, Campionissimo? Sono nato dieci anni e qualche giorno dopo la tua morte. Ma ho studiato tutto di te: la tua tecnica, i tuoi metodi di allenamento, il tuo stile. Ho letto centinaia di articoli che ti riguardavano. Ho visto ore e ore di filmati dove c’eri e vincevi. Certo: ho dovuto vedere anche il film scemo con Totò… Bisogna pur soffrire! (ride)

Fausto: E dalli…

Marco: No…dai. Seriamente adesso. Per me eri un essere mitologico. Ma come diavolo facevi a scalare così veloce quelle montagne in sella a quelle biciclette pesanti, squilibrate, con le gomme piene e le catene che si ingrippavano…?Come facevi a non congelare con quelle magliette in cotone…?  A pensare che al giorno d’oggi se non indossano il gore-tex griffato nemmeno ci salgono sul sellino… ‘sti fighetti d’acqua dolce. Invece tu tiravi…tiravi. E salivi… E scalavi… E correvi… E vincevi… Soc’mè come vincevi… Quanto vincevi…E te la dovevi vedere con quell’altro mostro di Gino Bartali; mica con un pisquano qualunque. Facile vincere senza rivali. Invece tu no. Mica le cose per te potevano essere semplici. Avevi il concorrente peggiore che potesse capitare, il più duro, il più agguerrito… E tu vincevi ugualmente. Qualche volta anche lui in verità. Ma tu… tu vincevi. Sei anche passato in mezzo ad una guerra mondiale… mangiavi un giorno sì ed una settimana no… E correvi. E vincevi…E tu mi vieni a dire che hai ammirato me?

Fausto: Stai provando a farmi arrossire? Dai…Erano solo altri tempi rispetto ai tuoi. Tutto qui.

Marco: E dopo la guerra siete stati tu e Bartali il simbolo della rinascita degli italiani. Quella guerra l’avevamo persa…l’avevamo persa male… E voi avete ricordato che esiste un qualcosa chiamato orgoglio… E che si può vincere … con il sacrificio e con l’applicazione. E vincevate… E vincevi… E nel mondo ci rispettavano. Anche quelli che ci additavano come voltagabbana perché avevamo cambiato alleati nel giro di due anni Vincevate… Vincevi per tutti noi. A pensare che ti sei fatto ammazzare da una zanzara… In Africa, poi… Non ti ha ucciso la guerra, la fame, la fatica, la maldicenza, la gelosia, l’invidia… E poi ci ha pensato un insetto da niente. Assurdo.

Fausto: E che vuoi farci, Pirata… La vita è strana. E la morte ancora di più.

Entrambi si guardano sorridendo, fingono di darsi qualche pugno e prorompono in una fragorosa risata amichevole.

Fausto: Beh, ragazzo… Basta ora con i ricordi. Che se no ci sciogliamo dalla commozione. E poi… va a finire che…Basta… al lavoro, su, che abbiamo da fare. Te l’ho chiesto già prima: come ci vogliamo regolare?

Marco: Ed io ti ho risposto già prima…Come con tutti gli altri. Mica è il primo che facciamo pedalare lassù.

Fausto: Allora, forza “lavoratore”. Dai… diamoci una mossa. Che mi sa che ne abbiamo un bel po’ di altri da accompagnare lì di sopra dopo che finiamo con questo.

Marco: A proposito… Come è che Gino Bartali oggi non è venuto con noi? Si sarà mica incastrato col nasone su qualche montagna…

Fausto: No, no. Oggi è impegnato da un’altra parte. Ohé, non ripetergli che te l’ho detto; ma penso che sia meglio così, dai. Meglio che non ce lo troviamo tra i piedi. Che già oggi qua non sarà facile. Se ci fosse anche lui non ci si spicciava più… Me lo immagino proprio come si metterebbe a brontolare.

Marco: (facendo il verso all’accento toscano) “Oh bimbi…gli è tutto sbagliato… gli è tutto da rifare…” Quante volte gliel’hai sentito dire, Fausto?

Fausto: Tante. Troppe. Immagina se fosse qui. Già il povero Mauro… volge lo sguardo verso il vecchio morente… non è che se stia andando proprio serenamente. Ci fosse anche lui, con quei suoi modi bruschi, sai che quarantotto succedeva qui…

Marco: Beh… però a Mauro non gli posso dare tutti i torti. Una volta in un secolo che il Giro di Italia passa qui a Molfetta… E Corrado se lo perde. Io… da mò che al posto del ragazzo stavo già sulla linea di partenza.

Fausto: E, certo, che tu a sensibilità non è che stai scarso… di più: non sai proprio come è fatta… Questi sono gli ultimi momenti in cui il ragazzo può stare vicino a suo nonno prima di… ed è ovvio che non vuole perderli. Cosa vuoi che ne sappia, il giovane, che ci siamo noi… qui, ora… ad accompagnarlo…? Cosa vuoi che sappia di come vanno le cose… dopo… dopo che succede quello che deve succedere? Lui sa soltanto che tra poco non rivedrà più suo nonno, non gli potrà più parlare, non lo potrà più abbracciare. E pensa che questo sia per sempre, che con la morte finisce tutto. Invece dovrà solo rimandare la gioia di rivederlo al momento in cui verrà anche la sua, di ora. Anzi, mi sa che se continua ad essere così appassionato di ciclismo toccherà ancora a noi due venire a prendere pure lui.

Marco: Si… mò me lo segno. Me lo scrivo sull’agenda.

Fausto: Che spirito di patate dolci…

Marco: Fausto… mi è venuta un’idea.

Fausto: No, eh… Conosco quello sguardo. Non facciamo i soliti casini.

Marco: Dai… È un’idea grandiosa. Ascoltami…

Fausto: Vuoi vedere che ho già capito dove vuoi andare a parare? Non se ne parla proprio.

Marco: Dai… Rimane qui…tra di noi. Chi vuoi che lo venga a sapere?

Fausto: (guarda verso l’alto) Uno a caso, che dici…? Uno che normalmente sa sempre tutto.

Marco: E allora…? Un po’ di iniziativa, che diamine. Una volta tanto esci dagli schemi. Sei rigido, Fausto… altro che Airone… pollo da batteria ti dovevano chiamare.

Fausto: Ma si può sapere che hai in mente? Avanti, dillo.

Marco: Facile: questa volta ci facciamo vedere anche da chi resta. Da Corrado. Lui così si tranquillizza, sapendo che Mauro viene con noi. E va a vedersi la partenza del Giro. come il nonno voleva. E tutti sono felici e contenti. Compresi noi.

Fausto: Ma che dici? Lo sai che non si può fare. Non ci possiamo fare vedere da chi non è ancora pronto a venire con noi.

Marco: E qui ti sbagli. Non si può fare? Chi l’ha detto? Dove sta scritto? È solo che non è stato mai fatto prima. Ma di fare…si può fare. Sino a quando non viene espressamente vietato …si può fare.

Fausto: Mi stai facendo venire il mal di testa… No! Non se ne parla proprio. 

Marco: Oh, ma sei proprio rigido. Regole, regole, regole. Una eccezione… una volta tanto… a fin di bene… mai, eh?

Fausto: Non siamo nemmeno autorizzati… 

Marco: E chi se ne frega. Agiremo di iniziativa. Che ci possono fare: ci licenziano? Ci cacciano? E dove vuoi che ci mandano…Ci ammazzano? Sai che paura: siamo già morti. E dai… Ma quando correvi, facevi solo quello che ti dicevano i dirigenti?

Fausto: Quando mai… e come vincevo se no?

Marco:Visto? E facciamola una volta tanto un’opera buona. E poi… la vuoi sapere tutta? Mi sono annoiato di fare solo il traghettatore: da qua lì sopra. E poi un altro da accompagnare da qua a lì sopra. E poi un altro ancora: sempre da qua sotto fino a lì sopra. E basta con questa routine. Mica possiamo limitarci ad accompagnarli. Ne ho abbastanza…Usciamo fuori dagli schemi almeno una volta. Una volta tanto. Dai…

Fausto: E sia. Mi hai quasi convinto… Ma sia chiaro che lo faccio solo per il ragazzo.

Marco: Oh. Così mi piaci, Fausto.

Fausto: Procediamo, quindi.

Marco: E andiamo!!!

I due si sporgono sul bordo del letto e iniziano a scuotere delicatamente Mauro.

Marco: Mauro… Mauro… Oh…Dai…. svegliati.

Fausto: Buongiorno, Mauro… Forza…. È ora.

Mauro apre gli occhi molto lentamente. Il respiro che sino a quel momento era rumoroso ed irregolare, ora è assolutamente normale. Si solleva senza alcuno sforzo, Si mette meglio seduto. Strabuzza gli occhi e guarda i due.

Mauro: Ma voi… Voi… Voi siete… No… non è possibile… Voi due… voi siete…

Marco: Piacere, Mauro… Sono Marco Pantani, detto il Pirata.

Fausto: Ed io sono Fausto… Fausto Coppi, detto l’Airone. Ben trovato, Mauro. Ma qualcosa mi dice che ci avevi già riconosciuti, vero? Ah… ah… ah…

Mauro: Ma non è possibile. Voi… Voi… Voi siete… insomma, Voi non ci siete più.

Marco: Eh sì… Effettivamente noi da un po’non ci siamo più… su questa Terra. Io manco ormai da tredici anni: dal giorno di San Valentino del 2004.

Fausto: Invece io dal 2 gennaio 1960. E ormai, da qualche istante, caro Mauro, nemmeno tu… come dire… nemmeno tu ci sei più… su questa Terra.

Mauro: Ah… È successo, allora …

Marco: Eh sì. Si… È successo.

Fausto: Ma tu non devi spaventarti. Ci siamo noi qui. Siamo venuti a prenderti e ti accompagneremo dove devi andare. Non preoccuparti di niente… Pensiamo noi a tutto.

Marco: Eh sì… È arrivata l’agenzia di viaggio… Aereo, albergo e pasti all inclusive… Ma che vai dicendo?

Fausto: E lo devo pur tranquillizzare… che dici?

Mauro: No. No… Non vi preoccupate. Io sto tranquillo. È che non me l’aspettavo… di vedere voi, voglio dire…

Marco: E che c’è di strano. Noi ti dobbiamo tanto. A te ed a quelli come te: che dopo aver sognato assieme a noi e con noi quando c’eravamo, ora ci tengono vivi con i loro ricordi.

Fausto: Si è Eterni sinché si continua ad albergare nei cuori di qualcuno. E noi lo siamo, grazie alle persone come te e come tuo nipote. Ed anche tu lo sarai, perché Corrado… si volge a guardare il ragazzo…ti terrà sempre con te.

Mauro: È vero. Madonna, come sono pentito per come l’ho trattato male qualche minuto fa. Che bestia che sono stato… Ma l’ho fatto perché non volevo che stesse qua a vedermi andare via. Non volevo che soffrisse. E si, anche perché andasse a vedere il Giro, che se lo merita… Perché è veramente un bravo ragazzo.

Marco: strizzando l’occhio a Fausto Certo… Sarebbe bello se tu lo potessi salutare. Invece di andartene così, dopo aver bisticciato. Che ne pensi, Fausto?

Fausto: Eh sì. Certo… Hai proprio ragione. Sarebbe proprio bello. Ma chissà se si può fare…

Marco: Tu che ne dici, Airone… Si può fare?

Fausto: sornione anch’egli ah, Pirata… Chi lo sa. Però… ci si può provare.

I due iniziano a scuotere Corrado con maggior forza rispetto a quella utilizzata per Mauro.

Marco: Corrado… Oh. Corrado… Sveglia.

Fausto: E dai, sveglia. Che non abbiamo tutto il giorno…

Corrado: (apre gli occhi di botto e trasalendo si alza in piedi) Che c’è… Cos’è successo. Nonno, nonno.

Mauro: Sto qua, Corrado. Calmati. Ti devo dire una cosa. Ma ora calmati.

Corrado: Nonno, chi sono questi due?

Mauro: E com’è… non li riconosci?

Corrado: Eh no. Chi sono?

Marco: Andiamo bene… Questo manco sa chi siamo. Quasi quasi lo rimetto a dormire e chiudiamo tutto qui.

Fausto: E dai, Pirata. Non vedi che è confuso? Vorrei vedere te…

Corrado: Pirata…? Ma tu… tu assomigli a Pantani… Il grande Campione…

Marco: Modestamente … Non è che ci assomiglio… Sono proprio io.

Corrado: E lui invece… assomiglia a… a coso… come si chiamava…. Ah sì. Gino Bartali, mi sembra.

Fausto: E no… no. Questo no. Pirata, hai ragione tu. Diamogli una botta in testa e rimettiamolo a dormire.

Marco: E dai, Campione. Non vedi che è confuso? Vorrei vedere te… Ah… ah… ah…

Mauro: Basta, voi due. Ora parlo io. Corrado… Questi due sono davvero Marco Pantani e Fausto Coppi, Non è che somigliano a quelli: sono proprio loro. Ricordi: quante volte li abbiamo visti assieme, io e te? Quante volte ne abbiamo parlato? Ed adesso stanno qui. Qui con noi.

Corrado: E che ci fanno… qui? Loro sono morti… tutti e due.

Marco: Accidenti che spirito di osservazione. E chi se lo aspettava…

Fausto: Marco, smettila!!!

Mauro: Auè… i Campioni… E basta adesso. Mò parlo io

Marco e Fausto si zittiscono assentendo con rispetto. Mauro si rivolge a Corrado.

È così, uagliò. Marco e Fausto sono venuti a prendermi. Perché sono loro che mi accompagneranno… là… insomma … là dove devo andare. Perché… tu hai capito, vero?… io devo lasciare… come si dice, …di stare … qua… perché adesso che sono… adesso che è successo che io… insomma, mò devo andare…là.

volge l’indice verso l’alto e si rivolge interrogativamente a Marco e Fausto

Oh… Campioni… È sopra che dobbiamo andare?

Marco: Si… si…

Fausto: Si… sopra… Tranquillo…

Mauro: Hai sentito… uagliò? Vado sopra. Mica giù. Devi stare tranquillo.

Corrado: No! No.… nonno. Non mi lasciare. Non te ne andare… Non andare via con loro…

Mauro: Corrado… nipote mio. Ma ti rendi conto di cosa mi sta capitando? Vado via con loro. Che meraviglia. Ho sognato per una vita intera di essere come loro. Mi sono crucciato una vita intera di non averli mai potuti guardare da vicino, di non avere mai stretto la loro mano, di non aver mai incrociato il loro sguardo. Ed ora vado via con loro…in gruppo… a vincere la tappa mia. In gruppo. E mai… mai avrei sperato di trovare dei compagni di volata migliori. Sperato mai… ma sognato sì… Ed ora io so che è vero che i Sogni sono fatti di Luce… perché tra poco io con loro pedalerò verso la Luce. In gruppo…  dentro il mio Sogno. E quando un giorno toccherà a te… stai certo che verrò io a prenderti… E pedaleremo di nuovo: io e te…e anche loro… in gruppo… verso la tua Luce…  a vincere la tua tappa… a coronare il tuo Sogno.

Corrado: No.… nonno. Aspetta ancora un poco… Resta ancora un poco qui con me…

Marco: No, Corrado. Non si può più aspettare.

Fausto: È arrivato il momento. Dai…su…salutalo. E non dirgli addio; ma “arrivederci”.

Corrado e Mauro si guardano negli occhi e si stringono in un abbraccio fortissimo, che durerà per parecchi secondi durante i quali Corrado continuerà a singhiozzare forsennatamente.

Marco: Su… su… andiamo ora.

Fausto: E tu, Corrado, se davvero hai amato tuo nonno per quello che era, ora devi ringraziarlo per il dono più grande che ti ha lasciato: la capacità di sognare. Adesso anche tu devi correre al cospetto dei tuoi Sogni, così come lui sta avviandosi all’Eternità con i suoi Sogni. Con noi.

Marco: Ragazzuòlo… Hai capito quello che ti sta dicendo Fausto? Corri dai tuoi Sogni.

Fausto: Cosa ti ha chiesto nonno Mauro … sogna… e rendi materiali i tuoi sogni. Oggi puoi farlo; tra un‘ora saranno tutti lì, alla partenza. Ciclisti, meccanici, dirigenti, cronometristi, giornalisti, operatori delle televisioni di tutto il mondo… Il tuo Sogno è ad un passo da te. Corri. Vai. E così renderai eterno tuo nonno, perché i suoi Sogni continueranno a vivere grazie a te e dentro di te.

Mauro: ai uagliò… Vai! E sai che io sarò lì vicino a te. Oggi. E sempre. Vai!

rivolgendosi a Marco e Fausto

E mò andiamocene pure noi, che se no questo non si muove. E pure perché mi sono scocciato di aspettare. Altro che volata di tappa in gruppo. Questo mi pare un funerale.

Marco: Beh, Mauro…Effettivamente….

Fausto: Ma statti zitto una volta tanto. Hai ragione, Mauro. È ora. Andiamo.

I tre volgono le spalle a Corrado ed al pubblico e lentamente si avviano verso il fondo della scena. Mauro è al centro tra Marco e Fausto. A metà strada (o a metà scala) i tre si fermano. Mauro si volta verso Corrado, lo guarda con espressione amorevole ed intensa e gli dice:

Mauro: E mi raccomando, uagliò… Non smettere mai di sognare. Mai. Ricordatelo sempre. I Sogni volano, nuotano, gridano, piangono, ridono…I Sogni vivono. E per quelli come noi, sai che altro succede? I Sogni … pausa… pedalano!

Si spengono tutte le luci.

SIPARIO

FINE

“LORO”, IL PICCOLO GREGOR E LA TERZA POSIZIONE.

Gli scaffali dell’Ippocampo – n. 3

“Dovete provare le medesime sensazioni che provarono “loro”. La stessa sofferenza. La stessa fatica.”

La ragazza che ci faceva da guida turistica pronunciò queste parole senza alcuna empatia. Lo fece con un tono di voce aspro e duro. Che non era solo professionalmente didascalico, ma intenzionalmente sprezzante. Ogni parola che scaturiva dalle sue labbra era sferzata piuttosto che pronunciata, così da poter riecheggiare fastidiosa e terrificante nelle nostre menti. Allo stesso modo di come “loro” le avevano ascoltate, prima di incamminarsi a percorrere il medesimo tragitto che a nostra volta stavamo per intraprendere.

Noi dovevamo, dunque, immedesimarci in “loro”. Nel senso che non dovevamo solo limitarci a reagire come “loro”; no: dovevamo proprio diventare “loro”. E per farlo dovevamo provare le loro stesse sofferenze. Solo così, forse, avremmo compreso.

Lei stessa, adottando quel tono di voce così intriso di sadismo, appariva trasfigurata davanti ai nostri occhi. Trasformata in una kapò nazista. Una di quelle virago con la divisa bruna, il berretto nero con visiera, i teschi sulle mostrine, lo scudiscio perennemente nella mano ed una fascia rossa con la svastica nera al braccio sinistro.

E dire che prima di quella trasformazione la ragazza sembrava persino graziosa. Nulla di particolarmente affascinante, in verità; ma almeno di aspetto piacevole. Aveva un aplomb placido, addirittura remissivo. Almeno così si era mostrata a noi durante il viaggio. Taciturna, persino assente. Sino a quel momento. Sino a quando, cioè, arrivammo alla stazione ferroviaria di Bohušovice-nad-Ohří, nella Repubblica Ceca. Sessanta chilometri a nord ovest di Praga. A due passi dalla Germania.

Appena scesi sulla banchina la ragazza ci impose di disporci allineati uno di fianco all’altro. Dopo di che, iniziò ad arringarci con quel tono di voce sprezzante e sadico. Trasfigurata. In una terrificante e sadica kapò. Più che parlarci, ci abbaiava contro. Come se si stesse rivolgendo a “loro” e non a noi. Non ad un gruppo di attoniti e disorientati turisti. Il tono della sua voce era orrendamente modificato. Come se scaturisse da corde vocali arrochite dalla consuetudine di urlare. I suoi ordini furono perentori e minacciosi. “Non utilizzeremo il bus. Arriveremo lì a piedi, come ci arrivarono loro. Marciando. E siete fortunati. Mica come loro, che dovevano camminare velocemente. Senza potersi fermare nemmeno un attimo a riprendere fiato. Nemmeno per raccogliere quel che cadeva dai loro bagagli… Perché se si attardavano anche solo per un istante li facevano muovere a calci nella schiena. Lo farei volentieri anch’io con voi, se potessi. E non è detto che non lo faccia davvero… Andiamo, ora. Muoversi!”

In realtà lo scopo della ragazza era, né più né meno, che quello di terrorizzarci. Esattamente come era accaduto a “loro” quando si ritrovarono allineati su quella stessa banchina a subire il medesimo trattamento. Ad ascoltare le stesse parole. Soprattutto, voleva evocare in me e nei miei compagni di viaggio un irrefrenabile sentimento di odio. Innanzitutto nei suoi stessi confronti, in ciò che stava impersonificando. E ci riuscì benissimo, dal momento che fui davvero sul punto di assestarle un calcio nel fondoschiena.

Perché, dunque, comprendessimo appieno l’essenza del posto dove ci stavamo dirigendo dovevamo immedesimarci in quel che avevano provato “loro” una settantina di anni prima. Totalmente. Odio compreso.

Da quel momento in poi, noi dovevamo essere “loro”. Punto e basta.

Di certo la carrozza del treno in cui noi avevamo viaggiato era tutt’altra cosa che il carro bestiame impregnato di sangue, sudore e vomito in cui “loro” venivano ammassati. Da cui su quella stessa banchina venivano fatti scendere spauriti e stanchi. Per essere raggruppati, vituperati, umiliati, spintonati, picchiati. Per poi percorrere a piedi, con il bagaglio in spalla, quella manciata di chilometri sino alla loro destinazione finale. Quella che per gli anni seguenti sarebbe stata la loro sede di vita, di studio e di lavoro. E, per molti di essi, l’ultima dimora.

Terezin.

O, alla tedesca, Theresienstadt: la città di Teresa. Così l’avevano battezzata poco più di un secolo prima. Un nome persino gentile, che mal si addiceva al filo spinato e al cordone di guardie armate che a quei tempi la circondavano.

Era una piccola città fortificata riconvertita in ghetto. Anzi, in un enorme campo di concentramento. “Loro”, quelli furono destinati a riempire gli edifici di quella cittadina, erano gli abitanti del quartiere ebraico di Praga. Uomini, donne e soprattutto bambini. Tanti, tantissimi bambini. Tutti strappati alle loro case, alle loro scuole, ai loro giochi, alle loro abitudini, ai loro affari. Forzatamente condotti in quella fortezza adagiata nella campagna boema. È lì condannati a vivere il resto della propria esistenza lontani da consuetudini ed amicizie, da sinagoghe e templi, da scuole e bistrot. Depredati della propria Storia e delle proprie radici.

Ad essi si aggiunsero moltissimi altri deportati; tutti di altissimo livello intellettuale. Artisti, attori, registi, scrittori, musicisti, filosofi, diplomatici, letterati, giuristi. Giunsero dalla Germania, dall’Austria, dalla Danimarca, da tutta Europa. C’era anche qualche italiano. Tutti rigorosamente ebrei.

Terezin all’epoca era in grado di accogliere un massimo di settemila abitanti. Ne furono stipati oltre centoquarantamila. Ne rimase vivo uno su dieci. Non ce la fecero soprattutto i bambini, schiantati soprattutto dalla carenza di cibo e dalle epidemie.

In realtà, agli occhi della comunità internazionale quel campo veniva gabellato come fosse una sorta di residence turistico in cui la popolazione ebraica era felicemente ospitata. In cui gli adulti avevano tutti un lavoro. In cui i piccoli frequentavano regolarmente le scuole. Ed in cui nel tempo libero si poteva assistere ad incontri sportivi, concerti, spettacoli, eventi letterari. Tutto doveva apparire fuor che un luogo di detenzione. A parte il fatto che si veniva mitragliati appena si metteva il naso appena fuori la cinta muraria.

Un palcoscenico della menzogna, dunque. In cui si rappresentava la mistificazione della realtà ogni qualvolta giungevano a visitarlo gli Ispettori della diplomazia internazionale. Soprattutto quelli della Croce Rossa. Un teatrino i cui attori erano gli stessi internati; che dovevano interpretare la parte di ospiti felici e sereni. Ma che, calato il sipario, tornavano alla quotidiana vita di stenti ed umiliazioni. Sino alla farsa successiva. Sempre che non soccombessero nel frattempo. O che non venissero portati via. Ai campi di sterminio di Treblinka e Auschwitz. Da dove non tornavano più.

Era né più né meno che una truffa. Da negozianti disonesti: quelli che espongono in vetrina la mercanzia migliore, per poi rifilare al cliente malaccorto gli scarti di magazzino. Almeno in questo i nazisti superarono in laidezza la proverbiale furbizia mercantile degli stessi ebrei che tanto esecravano.

Era dunque lì che stavamo andando. A Terezin. Di lì a poco avremmo visitato il famigerato “Campo dei Bambini”. Così veniva chiamato.

Di lì a poco avremmo calcato quello stesso suolo sul quale aveva risuonato il rumore concitato dei passi dei prigionieri e dei loro carnefici. Dove avevano riecheggiato il crepitio delle raffiche delle mitragliatrici, le urla degli aguzzini e le grida straziate delle vittime. Di lì a poco avremmo visto. E, chissà, forse compreso.

Ci incamminammo. E tutto taceva. Tutto era spettrale. Fu il silenzio più cupo la colonna sonora che accompagnò quel nostro arrancare sul Golgota della memoria. Per tutto il tragitto che andava dalla stazione ferroviaria sino alla nostra destinazione non incrociammo anima viva. Nessuno era per strada, né alle finestre. Nessuno: né adulti, né bambini. Non un rumore, non un suono, non un brano musicale, non una voce scaturiva dalle abitazioni, dai magazzini, dalle officine. Nulla. Si udivano solo i nostri respiri resi affannosi dal caldo e dalla fatica emergere ritmicamente tra un passo e l’altro.

Uscimmo dall’abitato, continuando a marciare a testa bassa in aperta campagna. Procedemmo per una quindicina di minuti sotto un sole cocente smanacciando istericamente l’aria per allontanare nuvole di tafani, che ci si attaccavano addosso ammaliati dal sudore di cui eravamo ormai totalmente intrisi.

Il benvenuto alla Fortezza ci fu dato nella peggiore maniera che avessi mai potuto immaginare e temere. Dall’immobile rincorrersi di decine di lapidi annerite dal tempo e dall’incuria. Eravamo arrivati a Terezin.

Quello che avevamo davanti ai nostri occhi era il suo cimitero. Eravamo al cospetto dell’area di sepoltura del campo. Le pietre tombali erano nella maggior parte dei casi contrassegnate da una stella di David incisa sotto i nomi degli inumati. Su alcune di esse erano visibili le date di nascita e di decesso. Quando le lessi rimasi sconvolto: erano in maggioranza bambini.

Non c’erano epitaffi su quei simulacri. Solo nomi e date. E tanti, tantissimi sassolini. appoggiati su di essi; come è consuetudine nella tradizione ebraica. Perché i fiori appassiscono ed i loro petali volano via col vento. Ma le pietre no. Rimangono lì, così che la memoria non abbia mai a cessare.

Di lì a qualche centinaio di metri si stagliava, orrido e tetro, il caseggiato nel quale erano dislocati i forni crematori. Lo raggiungemmo. Era in quella specie di stabilimento dalle pareti nere come se fossero verniciate di pece che chi un tempo era stato un figlio, un nipote, un fratello, una sorella, una ragazza, un amico che correva, giocava, suonava, studiava, rideva, piangeva, amava, sognava veniva ridotto a null’altro che un mucchietto di cenere. Da versare in una scatola di cartone. E da seppellire velocemente.

Era già troppo per me. Quel poco che avevo visto mi aveva talmente sgomentato che mi sarei volentieri fermato lì. E tornato indietro. Cos’altro avrei dovuto guardare, vedere, subire, sopportare proseguendo oltre?

Tuttavia non mi fermai. Dovevo continuare. Lo dovevo a “loro”. Lo dovevamo a “loro”. Per cui tutti insieme, in silenzio, a testa bassa, riprendemmo il cammino verso la Fortezza Maggiore.

Poco prima di varcane l’ingresso scavalcammo un canale in cui un gruppo di nutrie si rincorreva sollevando alti spruzzi di acqua. Chissà se ce n’erano anche settanta anni prima. Chissà se anche i bambini che percorsero quello stesso ponticello almeno per un attimo abbozzarono un sorriso. Chissà.

Superato il varco nelle mura ci ritrovammo nell’inferno che fu. Eravamo entrati a Terezin. Il benvenuto ci fu dato dalla consueta grottesca scritta: “ARBEIT MACHT FREI (Il Lavoro Rende Liberi)”, apposta su un cancello. Non c’era campo, di prigionia o sterminio che fosse, che non la esibisse al suo ingresso in tutta la sua paradossale assurdità.

Il resto della visita fu un susseguirsi di segni e testimonianze che si srotolarono davanti ai nostri occhi come fotogrammi di una pellicola cinematografica. Di un film già visto. Troppe volte. Quel che invece gli occhi (e nessuno degli altri sensi) non potevano cogliere erano gli aspetti più spiccioli della umana quotidianità: gli odori, i suoni, le speranze, le emozioni, i dolori che un tempo avevano riempito l’aria di quei luoghi… Quelli no, sicuramente non potevamo a nostra volta provarli. E nemmeno la inaudita sofferenza di chi in quei luoghi soggiornò.

Gli ambienti in cui “loro” vissero erano glaciali d’inverno e torridi nei mesi estivi. L’igiene era inesistente. Così come il cibo e le medicine. In tali condizioni dilagavano promiscuità e sporcizia. Per cui le epidemie erano all’ordine del giorno. Si ammalavano in tantissimi e ne morivano parecchi. Troppi.

E morivano parecchi bambini. Tanti. Troppi.

Girammo a lungo nella Fortezza. Sinché la guida non ci concesse la grazia di una pausa. Ella stessa era ormai diversa dalla virago in cui si era trasfigurata alla discesa dal treno. Sembrava essere rientrata nei panni della ragazzina anonima, persino gentile e comprensiva. Il suo scopo, quello di esasperarci, era ormai stato raggiunto. Il senso dell’orrore, ormai, ci veniva trasmesso da tutto quanto ci circondava. Non era più necessario che lo evocasse lei.

Il gruppo si sciolse. Ci saremmo ritrovati dopo un’ora per proseguire la visita.

Fui felice di quella sospensione. Avevo davvero necessità di starmene da solo. All’aperto. Ma soprattutto solo.

Mi allontanai dal resto del gruppo. Raggiunsi lentamente la grande piazza che si apriva nella zona centrale della cittadina. Era ariosa; e soprattutto ben riparata dai raggi solari del mezzogiorno grazie sia ai suoi tanti alberi, che all’ombra proiettata dai fabbricati che la circondavano.

Ero stremato dall’afa e sfinito dalle emozioni. Individuai una panchina opportunamente ombreggiata e mi ci sistemai. Più comodamente possibile. Poggiai il dorso sullo schienale del sedile, reclinai il capo all’indietro sino a poggiare la nuca e diressi lo sguardo in avanti. Di fronte a me, a una decina di metri di distanza, si stagliava l’edificio che all’epoca del Campo era utilizzato come scuola. Chiusi gli occhi, inspirai profondamente e rilassai i muscoli. Dal terreno sentivo salire, gradevole, un fragrante odore di mughetto ed erba bagnata. Finalmente la tensione indotta da tutte le emozioni provate sino a quel momento iniziava a stemperarsi. La nebbia grigiastra che ottenebrava la mia mente iniziò a dileguarsi; ed i pensieri di morte e dolore che vagavano caoticamente al suo interno cominciarono a dissiparsi. Stava sopraggiungendo ad abbracciarmi un confortante stato di torpore. Stavo iniziando ad addormentarmi.

Poi giunsero alle mie orecchie quelle voci. Non in maniera brusca, ma aumentando gradualmente di intensità. Come se qualcuno stesse girando lentamente la manopola del loro volume. Erano grida spensierate di bambini. Per nulla fastidiose, tutt’altro. Anzi, assolutamente confortanti. Cos’altro avrebbe potuto essere più rassicurante che sentire risuonare voci innocenti ed allegre in un posto dove la presenza della Morte incombeva dovunque? Dove tutto era intriso di dolore? Dove i muri, la terra, gli alberi, forse anche le nuvole stesse sembravano grondare il sangue di cui erano stati impregnati al tempo della follia? Proprio dove un tempo erano riecheggiate grida di dolore e singulti di disperazione, ora imperversavano chiassose parole di gioia e grida giocose. Ascoltarle non poteva certo infastidirmi. Assolutamente no!

Ad un certo punto, tra un lazzo ed una canzoncina, tra un gridolino ed una risata, iniziarono a diffondersi nell’aria delle note musicali. Le percepivo sempre più distintamente. Un po’ impacciate, insicure, non sempre limpide. Ma armoniche e coerenti. Qualcuno lì, a due passi da me, stava suonando un violino. Aprì gli occhi. Ed incrociai il mio sguardo con il suo.

Quel ragazzino non era più alto di un metro e trenta centimetri al massimo. I suoi capelli erano biondo scuro. O, meglio, biondo sporco; dal momento che sicuramente da parecchio tempo non conoscevano la decisa azione di uno shampoo. Aveva una corporatura esile. Il volto era scavato e pallido. Le unghie delle mani apparivano orrendamente sporche e venate di striature di un qualcosa di color grigiastro. Vestiva con una maglietta a maniche corte, azzurrina, un bel po’ sdrucita soprattutto al colletto e sotto le ascelle. E costellata di decine di macchie di sporco di tutti i colori e le forme possibili. Sul petto, all’altezza all’incirca del cuore, penzolava scucito un frammento di stoffa di color giallo limone. Probabilmente doveva essere quanto rimasto di uno stemma distintivo di un istituto scolastico o di un gruppo sportivo o di chissà cos’altro. Indossava calzoni corti, a metà coscia. Come da noi portano (anzi, portavano) soltanto i bambini più piccoli. Erano di colore grigio chiaro. Notai che alla vita li teneva sollevati una cordicella di canapa, invece che una cintura. Le scarpe, grigie, apparivano completamente usurate e deformate, con entrambe le punte spalancate come le fauci di un coccodrillino affamato. Anche in questo caso erano due cordini di filo a fungere da stringhe.

Il ragazzo smise di suonare ed iniziò anch’egli a fissarmi incuriosito. Sorrise in maniera così accattivante che, per quanto il tono del mio umore non fosse dei migliori, mi rivolsi a lui con la massima cordialità di cui fossi capace:

“Buongiorno, giovane…”.

“Buongiorno a lei, signore.”

Aveva risposto in modo davvero assai cortese. Ed in un italiano pressoché perfetto. Evidentemente lo studiava a scuola e, avendo probabilmente compreso da dove venissi, mi usava la cortesia di mettermi a mio agio rispondendomi nella mia lingua. Gli chiesi come si chiamasse.

“Mi chiamo Gregor. Gregor Samsa”.

Incalzai: “E dimmi… Quanti anni hai?”

“Dieci anni e mezzo. Quasi undici.”

Ammiccai di fronte al tono impettito con cui mi aveva riposto. “Sei grande, dunque… Sei di queste parti, di Terezin?”

I suoi occhi vennero velati da un’ombra di tristezza “No, signore. Sono nato a Praga. Nel quartiere di Josefov. Però sono qui da un anno, ormai.”

“Ah, dunque ti sei trasferito. E ti trovi bene qui…?”

Assentì; ma senza convinzione. “Si. Abbastanza…. Non è male vivere qui. C’è tanta aria…  Non è come stare in città. Qui è meglio perché si può stare più tempo all’aperto.  Beh, certo un po’ mi manca il vecchio quartiere. Ma ho tanti amici anche qui.”

Aveva iniziato ad incuriosirmi. Per cui gli chiesi cosa gli mancasse maggiormente del posto dove viveva prima di trasferirsi lì. Rispose di getto.

“Sa… cosa, signore? Quello che mi manca di più è che quando uscivo di casa mi facevo il giro delle botteghe nella strada dove abitavo. I negozianti erano tutti amici di mio padre… Era come appartenere tutti alla stessa famiglia. Io ogni pomeriggio, appena finito di studiare, li andavo a trovare tutti. E alla fine del giro mi ritrovavo sempre qualche moneta in tasca o qualche dolcetto nella bocca. Sempre. Sa che anche qualcuno di loro è venuto qui? Non tutti però…”. Accompagnò queste parole con un sorriso ancora più luminoso di quello con cui mi aveva salutato.

Continuai: “Ci vai a scuola?”

“Certo che sì. E sono bravo, sa? Sono bravissimo in Storia. E dice il maestro che scrivo anche molto bene. Mi piace scrivere… Non esistessero l’aritmetica e la geometria, sarebbe ancora meglio però…”  E proruppe in una sonora risata. “Signore, sa che l’anno prossino anch’io scriverò sulla rivista della scuola? Si chiama VEDEM. In realtà bisognerebbe avere già dodici anni per entrare in redazione, ma il mio maestro ha detto che chiederà di fare una eccezione per me… Capisce? Proprio per me. Perché sono bravo!”

VEDEM. Dove avevo già sentito quel nome? Rammentai che così si chiamava il giornalino edito dai giovani internati del campo di Terezin. Era una rivistina culturale autorizzata dai tedeschi, sempre allo scopo di conferire una facciata di “normalità” al campo. Evidentemente si stavano pubblicando delle edizioni rievocative. Proprio una bella iniziativa. E mi sembrò davvero bello che vi scrivessero ragazzi coetanei agli internati che lo animarono a quei tempi.

Ripresi il mio dialogo con Gregor. “Congratulazioni, allora. E cosa pensi di pubblicare?”

“Quello che mi chiederanno di scrivere… scriverò. Arte, poesia, letteratura… quello che vogliono. Ma se potrò scegliere chiederò di potere scrivere articoli di critica musicale.”

“Addirittura…”

“Certo. Perché la musica è la mia passione. Non ha sentito prima come suonavo?”

“Eccome se ti ho sentito. Mi hai anche svegliato!” Suggellai questa frase con una sonora risata. Quindi tornai serio “No…dai. Scherzo. Non mi hai disturbato. Non dormivo, in realtà. Ti ho ascoltato con vero piacere.”

Gregor chinò il capo in una specie di piccolo inchino, come quello che si esegue quando si ringrazia il pubblico che applaude. “Grazie, signore.”.

 “Prego.” Risposi con ironico sussiego… “Ascolta. Non è che hai anche tu un po’ di appetito? Ho giusto qualcosa qui nello zaino. Dai, dividiamocela.”

Tirai fuori un paio di merendine e gliene porsi una. L’addentò e la inghiottì così rapidamente, che non potetti fare a meno di allungargli anche l’altra. Quella che avevo tenuto per me. Probabilmente in casa di quel ragazzo non dovevano passarsela troppo bene a giudicare dal suo aspetto, dallo stato dei suoi vestiti e dal suo appetito. A quella seconda offerta di cibo, difatti, Gregor mi guardò con occhi pieni di gratitudine. E divorò anche l’altra merendina senza esitare un attimo. Quindi si passò il dorso della mano sulla bocca per nettarsi le bricioline rimaste attorno agli angoli delle labbra; e ingurgitò anche quelle con voracità.

Quando ebbe deglutito il tutto, sollevò il violino, sistemò il fondo della cassa armonica nell’incavo tra collo e spalla sinistra, impugnò con stile l’archetto e con aria da concertista navigato mi comunicò con tono solenne: “E adesso, per ringraziarla del cibo che gli ha donato, il suo umile musico Gregor Samsa suonerà per lei.”

“Ah sì? Beh, grazie mille…” gli risposi con un lievissimo accenno di ironia.

“Prego, signore. Sono bravissimo, cosa crede… Sa che sono passato a suonare in terza posizione?”

“Accidenti… nientemeno che in terza posizione.”  risposi nuovamente ironico, dal momento che ignoravo nella maniera più assoluta di cosa stesse parlando.

Rispose raggiante d’entusiasmo “E sì che sono bravissimo! Lo sa che il Maestro Hans Krása mi ha preso nella sua orchestra? Ad ottobre eseguiremo un grande concerto qui a Terezin. Suoneremo un’opera che si chiama BRUNDIBÁR. E ci sarò anch’io. Non vedo l’ora…”.

Così come mi era successo poco prima, quando avevo sentito il nome del giornale scolastico, ebbi di nuovo la sensazione di sapere di cosa stesse parlando il ragazzo. Rovistai di nuovo nei cassetti della mia memoria, sinché non ricordai. L’opera BRUNDIBÁR fu suonata proprio lì a Terezin nell’ottobre del 1944 in occasione di una ispezione alle condizioni di vita del campo da parte della Croce Rossa Internazionale. In quel modo si riuscì a far credere al mondo che quel posto fosse un’oasi di cultura e di istruzione. La parte terribile della storia sta nel fatto che, subito dopo aver terminato quella rappresentazione, tutti gli orchestrali (sia gli adulti che i ragazzi) furono trasferiti nel campo di Auschwitz. Da dove non uscirono più. Ormai non servivano più…

Nel frattempo che mi abbandonavo al flusso dei miei pensieri, Gregor con il suo violino era rimasto fisso a guardarmi. Era pronto a cominciare; ma attendeva educatamente che io gli dessi il via. Lo guardai, sorrisi e lo autorizzai a suonare. “Attacca … coraggio”.

“Le farò ascoltare una ballata che si suona ai matrimoni.  Sentirà che bella…”

Si dette il tempo da solo ad alta voce, battendo simultaneamente quattro volte il piede per terra: “E… un, due, tre e quattro”.

Quindi attaccò una melodia veloce, allegra, coinvolgente. Irresistibile. Era bravo davvero quel soldo di cacio. Altro che. Davvero bravo. Lo ascoltai attentamente sino al termine del brano. Dopo di che risposi al suo inchino finale con un applauso corposo e sincero. Gridai “Bravo! Bravissimo! Fantastico questo brano Klezmer.”

Replicò con un altro inchino “Grazie, signore. Veramente non so come si chiami questo tipo di musica. L’ho sentita quando ero piccolo al matrimonio di mia sorella. Mi piace e la suono ogni tanto”. E proprio mentre effettuava quel deferente movimento di flessione del busto così consueto agli artisti quando hanno terminato la loro esibizione, un grosso frammento di legno si staccò dal violino appena sopra il manico. Era un pezzo del riccio, la spirale che abbellisce il manico; che posatosi sul verde brillante del prato, sembrava una grossa chiocciola marrone adagiata tra i fili d’erba. Gregor lo raccolse e, premendo, provò a farlo combaciare alla zona da cui si era staccato.

Notai che mentre effettuava questa operazione le ali del suo naso iniziarono a sollevarsi ritmicamente e gli angoli della bocca ad incurvarsi verso il basso: stava per scoppiare a piangere. Ma seppe trattenersi, ricacciando indietro tutte le lacrime che erano sul punto di sgorgare. Sollevò il capo da quello strumento ferito e mi fissò speranzoso che gli proponessi una soluzione al problema.

“Era già successo. Lo avevo già riparato” – disse – “Vede? Avevo infilato un chiodino per tenere fermo il pezzo. Ma ora non regge più…”

Sorrisi, cercando di essere più rassicurante che mi fosse possibile. “Stai calmo. Vediamo di cosa di tratta”. Afferrai saldamente il manico con una mano, con l’altra presi il frammento divelto e lo appoggiai sul riccio tentando di comporre la frattura. Le due superfici combaciavano perfettamente; e questo era già positivo. Si trattava, a quel punto, solo di fissarle l’una contro l’altra il più tenacemente possibile. Il chiodino che Gregor aveva infilzato nel legno era ancora al suo posto; ma evidentemente non era sufficiente. Ci voleva qualcos’altro…

Mi venne un’idea. Mi sfilai l’orologio e staccai il cinturino in cuoio dalla cassa. Dopo di che, poggiai il frammento staccato al riccio facendolo aderire per bene. Passai attorno ad entrambi quella specie di fettuccia e strinsi il tutto, fissandola facendo attraversare uno dei forellini alla testa dal chiodino che sporgeva dal legno. Reggeva. Anzi, reggeva proprio bene. E questa era la cosa più importante.

Restituii il violino riparato alla bene e meglio al suo legittimo proprietario. Gregor sino a quel momento aveva seguito tutta l’operazione con gli occhi sgranati e con l’espressione stupefatta di chi stesse osservando un mago all’opera.

“Visto che riparazione?” dissi tronfio come se avessi appena eseguito una operazione chirurgica a cuore aperto e non un modesto intervento di ebanisteria.

E rincarai la dose “Altro che maestro liutaio… Sono proprio un artista. Anzi, sai che ti dico? Io quest’opera te la firmo pure”.

Tirai fuori la penna dal taschino e, sollevato il cinturino, sulla parte interna vergai le mie iniziali: “C” ed “L”. Che con il loro colore blu brillante spiccarono nettamente sulla superficie chiara del cuoio. Quindi restituì definitivamente lo strumento al suo legittimo proprietario, rassicurandolo “Ora potrai suonare di nuovo”.

Il ragazzo non cessava di fissarmi. Mi teneva gli occhi incollati al viso, con una espressione di gratitudine che mai avevo visto in nessuno nella mia vita. Perlomeno sino a quel momento. Quando parlò, la sua voce era tremula, rotta dalla commozione. “Grazie. Grazie di cuore, signore. È Yahweh che l’ha mandata ad aiutarmi”.

Risposi assolutamente sorpreso: “Chi? Yahweh…? E chi sarebbe… Scusami, ma non ti seguo… non capisco di cosa tu stia parlando…”

“Lei non è credente, signore?

Replicai con un po’ di impaccio: “Effettivamente non molto, ragazzo mio”.

“Ah, ho capito…Rimase un po’ assorto a rimuginare chissà cosa, quindi disse “Mi scusi, signore. Posso farle una domanda?”

“Certamente… falla pure 

“Lei, di sera, prima di dormire, prega?”

“Assolutamente no. Non succede mai

“Ma proprio… mai mai?

“Mai!”

“Ho capito.” e tornò a rimuginare in silenzio, guardando nel vuoto e inseguendo chissà quali pensieri.

Quel suo atteggiamento diventò per me addirittura imbarazzante, al punto che mi sentii in dovere di abbozzare una mezza giustificazione. “In realtà, caro Gregor, se mai volessi farlo (e bada bene che non ti sto dicendo che lo vorrei) non saprei nemmeno come fare… da dove iniziare… Non conosco nessuna preghiera.”

Sgranò gli occhi, come se fosse stato rinfrancato dalla mia risposta. “Ah, se è solo per quello… non c’è problema. Faccia come faccio io.”

“Dimmi.”

“Quando arriva il momento in cui intende pregare, lei chiuda gli occhi e si metta a pensare… deve pensare a tutto quanto sia bello per lei… Paesaggi, fiori, montagne… Ma anche persone: parenti, amici, donne… Pensi a tutto quello che lei vuole, purché sia qualcosa che lei ritenga bello.”

“E perché fare questo… che senso ha…”

“Perché la Bellezza è sacra. Se lei pensa alla Bellezza, in quel momento sta pensando a chi l’ha creata. Sta pensando a Lui. E se pensa a Lui, automaticamente sta pregando… non crede?”

Non riuscì a evitare di manifestare al ragazzo il mio scetticismo. “Potresti anche aver ragione, Gregor. Ma, sai, non sempre si arriva a sera con la voglia e la possibilità di pensare alle cose belle… Quando si è stanchi è più facile ricordare quel che è successo di brutto durante il giorno. E non il contrario. Quindi non si riesce a pregare nella maniera che tu suggerisci.”

“Allora, in quel caso, quando è molto stanco o scoraggiato o addolorato e non le viene di pensare a nulla di bello… sa che deve fare? Chiuda gli occhi e ripeta, una per una le lettere dell’alfabeto… Dentro di sé… Sottovoce. A, B, C, D, e tutte le altre. Sino alla ZETA.”

“E a che serve… Che senso ha…”

“Serve… serve… Lei ci mette le lettere. E poi sarà Lui a metterle in ordine e a tirarne fuori qualcosa. Con le lettere si fanno le parole, no? Lui le prenderà, le metterà assieme e le trasformerà in Poesia.”  

“Beh. Detto così sembra tutto semplice… non credi?”

“Ed è così infatti. È proprio semplice. Ci pensi bene. Guardi questo spartito. Vede? Queste sono le note. Vede come sono fatte? Sono solo dei pallini con le stanghette scarabocchiati su questo pezzo di carta. Sono solo delle macchioline di inchiostro messe una in fila all’altra. Poi arriva qualcuno che le mette insieme. Io, ad esempio. Arrivo con il mio violino e le leggo. E allora quelle macchie di inchiostro diventano Musica. Diventano Arte. Diventano Poesia. Diventano Bellezza. È come una Magia. Anche per Lui funziona così. Lo so. Così fa Lui con i nostri pensieri. Li prende tutti, li mette insieme e li trasforma”. Quindi, ridendo di gusto aggiunse “Visto come è semplice? Ed è pure conveniente, non costa nessuna fatica: fa tutto Lui. A noi tocca solo portare le note. Lui compone la musica. E la suona pure.”

Non so per quanto tempo rimasi a bocca aperta a guardarlo. Stupefatto. Quella mezza cartuccia di uomo era persino più basso dello schienale della panchina dove stavo seduto; ma in quel momento aveva la statura di un grande Maestro. Continuai a guardarlo attonito non so per quanto tempo. Sinché non fu lui a rompere il silenzio.

Sorrise, mi fissò a sua volta compiaciuto; quindi mi disse: Grazie, signore. Grazie davvero di tutto. È stato bello restare qui a parlare con lei. Ora però devo andare. Ho le prove in orchestra tra dieci minuti. Corro.”

“Grazie a te, Gregor. Vai a suonare, forza. Magari ci rivediamo più tardi. Se quando avrai finito sarò ancora da queste parti ci salutiamo.”

“Si certo. Magari.” E aggiunse con aria triste.” Chissà…”.

Sempre impugnando il violino con una mano e l’archetto nell’altra guizzò rapidamente attorno alla panchina su cui ero seduto, passandomi alle spalle. Mi alzai e mi voltai per potergli rivolgere un altro saluto; ma Gregor già non c’era più. Certo che ne aveva di fretta. Probabilmente tra chiacchiere, merenda, suonatina e riparazione del violino gli avevo fatto accumulare un bel po’ di ritardo. Chissà; forse l’avrei rivisto. Desideravo proprio che accadesse.

Ora che avevo voltato lo sguardo indietro, notai che l’intera piazza era completamente deserta e silenziosa. I bambini, di cui avevo udito alle mie spalle le voci giocose mentre discorrevo con Gregor, non c’erano più. Non c’era più nessuno. Tutto era ripiombato nello stesso silenzio cimiteriale che mi aveva accolto quando mi ero fermato su quella panchina a riflettere. Tutto era fermo, immobile. Persino i corvi restavano appollaiati sui rami senza gracchiare. Immobili, in assoluto silenzio.

La pausa era ormai terminata. Mi misi, quindi, in marcia per raggiungere il punto di incontro con il resto del gruppo. Dovevamo riprendere il percorso. Dovevamo immergerci nuovamente in quel plasma grigiastro fatto di lacrime, sangue, orrore, disperazione. Ma dovevamo farlo. Lo dovevamo soprattutto a “loro”. Per quanto la mia generazione fosse innocente, senza alcuna responsabilità per quanto accadde, non potevamo esimerci da essere lì. Non solo per ricordare, ma per condividere. Andando a respirare la stessa aria che fu l’ultima per molti di loro. Andando a percepirne le grida ed i singulti, le urla ed i pianti. Così provando ad allontanare la morsa del senso di colpa che attanaglia inevitabilmente i sopravvissuti di ogni epoca, di ogni guerra, di ogni genocidio. Di ogni Olocausto.

Quella tempesta di pensieri e propositi mi tenne compagnia per tutto il tragitto. Nel frattempo la guida parlava… parlava… e parlava. Ma non ne colsi nemmeno una parola. Le mie gambe si muovevano in sincrono con quelle del gruppo; ma la mia mente era da tutt’altra parte. Per fortuna avevo incontrato Gregor, che aveva lievemente addolcito la mia giornata. Sarebbe stato bello poterlo rivedere.

L’ultima tappa della nostra visita era anche la più atroce: il Museo. Dove sono conservati ed esibiti come reliquie gli oggetti personali degli internati. In modo particolare era possibile vedere quanto era appartenuto ai bambini: vestiti, occhiali, matite, penne, quaderni, oggetti di cancelleria, disegni, pagelle scolastiche, bambole, giocattoli, strumenti musicali… E tante, tante stelle a sei punte di stoffa color giallo-limone che venivano cucite sugli indumenti a marchiare ogni ospite di Terezin.

Tutto era così angoscioso. La visione di ogni reperto davanti al quale mi soffermavo mi evocava un dolore fisico reale. Atroce.

Il mio respiro si fece affannoso. Ad un certo punto dovetti fermarmi appoggiandomi ad un muro, affinché si regolarizzassero i battiti impazziti del mio cuore. Non potevo fermarmi a lungo; per cui ripresi barcollando quell’orrida esplorazione.

Così giunsi davanti ad una vetrinetta illuminata, all’interno della quale erano adagiati numerosi strumenti musicali. Alcuni flauti, un paio di armoniche a bocca, qualche plettro, un violino. Osservandoli, iniziai a fantasticare; cercando di immaginare se quegli strumenti erano usati da un impettito maschietto o da una vezzosa ragazzina. Se i genitori dei piccoli esecutori fossero presenti alle esibizioni. Se le ultime note che avevano emesso fossero state suonate per un saggio solista oppure in un concerto. Se… Se… E ancora se…

Il violino non appariva messo molto bene. Il legno era ormai quasi totalmente deteriorato dal tempo e dall’umidità. Ed in numerosi punti appariva scheggiato. Inoltre su buona parte della sua superficie numerose listarelle si sollevavano accartocciandosi come trucioli; così deturpando quella cassa armonica che in un tempo migliore doveva essere stata ben levigata e lucida di vernice. Le corde mancavano tutte e quattro. I piroli che un tempo le tendevano erano ridotti a frammenti di legno spezzati. Ora assomigliavano piuttosto a fiammiferi usati, infilati irregolarmente sui lati di quel che un tempo doveva essere un manico lucido e liscio. E che ora sembrava un ramo di ciliegio calpestato.

Alla sommità del manico, un lato del riccio era attraversato da una fenditura. Profonda al punto da consentire di intravedere gran parte dello spessore al suo interno, che appariva di colore chiaro. Sembrava una piaga sanguinante apertasi su una pelle bruciata. I frammenti di quella frattura erano ingegnosamente tenuti insieme da una specie di nastro scuro. Questo, avvolgendosi attorno al riccio, accostava i lembi della spaccatura come fa un cerotto su una ferita. Era evidente che quel danno era stato riparato alla bell’e meglio con materiali di fortuna. Ma era stato fatto un buon lavoro, in definitiva.

Mi incuriosiva sapere di cosa fosse fatta quella specie di fettuccia brunita. Pensai che potesse essere un tirante in metallo, magari ricavato tagliando a striscioline un contenitore in latta. No, no. Sembrava, invece, essere fatto di un materiale morbido, più duttile e adattabile. Magari poteva essere una corda intrecciata più volte per renderla più solida. No… In effetti anche questa ipotesi non sembrava quella giusta. No. Non lo era. Una corda sarebbe apparsa sfilacciata in qualche punto. Quella fettuccia era invece assolutamente compatta.

Doveva necessariamente trattarsi di un qualche altro tipo di materiale. Per scrutare meglio mi avvicinai ancor più alla teca, arrivando ad appoggiarmici. Premetti tanto forte con la fronte sul vetro, da stampare sulla sua superficie un alone di sudore denso e candido. Quindi strizzai le palpebre per acuire lo sguardo. Ora, così vicino, mi sarebbe stato più agevole riuscire a riconoscere il materiale di quella riparazione. Lo osservai a lungo. Ma sì… sembrava essere cuoio. Si, si: era proprio cuoio. Riuscì anche a notare che lungo il senso della sua lunghezza, proprio al centro, si intravedeva una fila di forellini distanti poco meno di un centimetro l’uno dall’altro.

Trasalì, facendo un balzo all’indietro. Perché ad un tratto fu chiaro di cosa si trattasse.

Iniziai ad essere percorso da brividi squassanti. Soffocai a malapena un grido portandomi una mano a coprire la bocca. Non c’erano dubbi: si trattava di un cinturino da orologio. Forse di colore marrone scuro in origine; ed ormai abbrunito dal tempo e dalla sporcizia.

Aguzzai nuovamente lo sguardo: dovevo essere sicuro di quel che avevo davanti agli occhi. Scrutai quindi con estrema attenzione, millimetro per millimetro quella striscetta forata. Appena sotto di essa, dove il cuoio per effetto del tempo si era ormai sollevato contraendo le proprie fibre, si riusciva a scorgere una superficie più chiara rispetto a quella esterna. Al centro di questa si intravedeva una piccola macchia bluastra. A guardarla attentamente era persino possibile distinguere che, in effetti, era formata a sua volta da due macchioline più piccole. Sembravano due lettere. Ma sì: erano davvero due lettere, una affiancata all’altra. Erano una “C” ed una “L”.

Le riconobbi. Erano le mie. Iniziai a comprendere. Mi si bloccò il respiro.

Mentre non riuscivo a staccare gli occhi da quelle macchioline di inchiostro, qualcosa mi risalì dal centro del petto e si andò a fermare in gola. Decidendo di non muoversi più: né verso l’alto né riscendendo da dove era arrivato.

E fu solo allora che permisi alle lacrime di inondarmi il volto.

FINE

Testo primo classificato al Premio Internazionale di Poesia e Narrativa “Città di Bitetto” (XXV Edizione, anno 2019) nella sezione Narrativa Inedita.

Abbagli di gioventù (scusandomi con Eduardo…)

Gli scaffali dell’Ippocampo – n. 2

Fu solo quando me lo ritrovai davanti che iniziai a comprendere.

Mentre ero seduto per terra, in prima fila, a qualche centimetro dai suoi piedi, che sedie disponibili non ce n’erano più.

Quei piedi appartenevano al Maestro Eduardo De Filippo (1900-1984).

Ero di fronte a lui. Respirando la sua stessa aria. Abbiamo reciprocamente incrociato i nostri sguardi. Abbiamo calpestato il medesimo pavimento. Assieme a lui ci siamo mossi nello stesso spazio, scansando gli angoli dei medesimi tavolinetti colmi di fogli, stando bene attenti a non rovesciare le bottiglie di acqua minerale. Ci siamo stretti la mano.

E quando lo ascoltai iniziai a comprendere, a realizzare che stavo partecipando a qualcosa che si sarebbe rivelato epocale per me. Difatti, da quel momento in poi, il mio approccio allo studio, alla Cultura, alla vita sarebbero cambiati radicalmente. Nonostante quella sera avessi messo a segno uno dei più grossi abbagli della mia vita: perché ero al cospetto di un Genio assoluto e non ne avevo la minima cognizione. Non mi rendevo conto di chi fosse, della sua grandezza. Non sapevo praticamente nulla di lui.

Ero giovane, certo; ma l’età non aveva nulla a che fare con quella mia inettitudine; che era, piuttosto, determinata da abissali lacune culturali. Ripensando alle cui cause ancor oggi provo un moto di disapprovazione e fastidio. Vi accennerò qualche riga più avanti. Ora procediamo con ordine.

A metà degli anni 70 la Libreria Laterza organizzava a Bari, nel locale sotterraneo del negozio in via Sparano, incontri periodici con le più prestigiose personalità della cultura. Mio zio “Peppino” (all’anagrafe Giuseppe CARBONE) tra quegli scaffali ci lavorava. Per cui, le sere in cui si tenevano quegli incontri, con la scusa di andare a trovarlo arrivavo con un po’ di anticipo rispetto al resto del pubblico e con lui attendevo che si iniziasse; il che mi consentiva di guadagnare sempre una posizione in prima fila per assistere all’evento. Così feci anche la sera in cui venne Eduardo. Correva l’anno 1975.

Purtroppo, pur essendo seduto proprio davanti al Maestro, a pochissimi centimetri di distanza, mi ritrovo a non essere stato immortalato nella foto che ho pubblicato sopra il titolo di questo articolo. Il che, mi auguro non sottragga veridicità a questo racconto. Mi rendo perfettamente conto che, di questi tempi, se non si dimostra la propria presenza in un posto mediante la esibizione di una immagine che ne sia prova, non ci si può aspettare di essere minimamente presi sul serio. Ma lì, quella sera, io c’ero davvero; e chi sta leggendo dovrà credermi sulla parola.

All’epoca, per quanto fossi un divoratore compulsivo di libri, non avevo ancora letto nulla di Eduardo De Filippo. Né l’avevo mai visto esibirsi dal vivo in teatro. Certo, lo avevo visto spesso in televisione; ma non più di questo. In altri termini, a malapena sapevo chi fosse. Figuriamoci se avessi cognizione della sua grandezza. Della quale iniziai a rendermene conto quando constatai che di gente quella sera ce n’era davvero tanta. Il che non era capitato molto di frequente in quegli incontri infrasettimanali. Non in quella entità, quanto meno.

E tutti lo ascoltavano in religioso silenzio. Persino i rumori che provenivano dalla strada sopra le nostre teste sembrarono attenuarsi non appena il Maestro prese la parola. Attorno a lui aleggiava quell’aura che soltanto il carisma di pochi riesce ad irradiare. Aprì bocca e fu subito magia. Mi resi immediatamente conto che quell’ anziano signore che parlava di sé stesso aveva realizzato qualcosa di grande. Perché egli stesso era un grande. Ero davanti al Genio.

Anch’io, dunque, come tutti lo ascoltai rapito, ipnotizzato, affascinato. Assolutamente sedotto dal suo eloquio, dai suoi racconti, da quella voce un po’ tremula ma nel contempo decisa e fluente. Altro che “semplice” autore di qualche commedia; altro che artista di cui rammentare giusto qualche passaggio televisivo. Eppure sino a quella sera non lo conoscevo. Di quella grandezza non avevo la benché minima consapevolezza. Non sapevo nulla di lui e di quel che avesse fatto, scritto, interpretato. Nulla di nulla.

Come mai? Quali erano i motivi di tale insipienza?

Li misi a fuoco praticamente subito. Non me li nascosi, né tantomeno intendo farlo ora; per cui mi appresto ad illustrarli. Sapendo perfettamente che molti reagiranno indignati leggendoli, qui ed ora. Del che, si sappia, ho più di un motivo per infischiarmene.

Tutto va ricondotto alla scuola che frequentavo. Ero al Liceo Classico, in quello che era considerato il più autorevole istituto di Bari: lo storico Quinto Orazio Flacco.

Accadeva che, in quell’epoca, più che per la pur altissima qualità degli studi umanistici che vi si conducevano, la sua principale fama era di natura meramente ideologica. Era il liceo più “rosso” di Bari e probabilmente di tutta Italia. Non esagero, mi si creda, se affermo che in quelle aule, in quei corridoi, persino nei bagni nebbiosi di fumo si viveva quotidianamente in un’atmosfera dai toni grevi e ombrosi che ho ritrovato solo visitando l’istituto di cultura sovietica di Sofia in Bulgaria. A quei tempi, in quella scuola, o si era “di quella parte lì” o si era esclusi da tutto e tutti. Imperava un sottile bullismo legittimato dalla tessera di partito: quella con stampigliata sopra il disegno di una falce sovrapposta ad un martello.

I docenti, innanzitutto. Sconfortanti. Tranne pochissime illuminate eccezioni, sembravano essere stati selezionati da una commissione d’esame maoista, piuttosto che in virtù di detenute effettive competenze pedagogiche. Devo precisare che in quel piattume intellettuale faceva eccezione, seppur ferreo marxista, il professor Fabrizio Canfora, mio docente di Storia e Filosofia. L’ho apprezzato, financo devotamente amato tantissimo: soprattutto perché mai ha inteso imporci la sua visone ideologica, privilegiando invece in noi tutti alunni la stimolazione a produrre pensiero autonomo ed a vivere secondo libero arbitrio. Un’altra splendida figura di insegnante era sua moglie, professoressa Rosa Cifarelli; nei cui cromosomi albergavano sfumature di repubblicanesimo e di liberalismo.

Eccezioni, come dicevo. Tutti gli altri personaggi di contorno erano invece agli antipodi di tanto liberalismo. Tanto per dirne una, a noi studentelli era imposto di ossequiare con modalità decisamente contigue al servilismo un certo docente (peraltro culturalmente piuttosto scarso) unanimemente deificato soltanto perché aveva trascorso un po’ della sua giovinezza in una formazione partigiana del nord. Levare il braccio in alto con il pugno chiuso, incontrandolo nei corridoi, era ampiamente gradito e incoraggiato. Ovviamente io non lo facevo mai; e a malapena spiccavo un frettoloso buongiorno, quando proprio non riuscivo a scansarlo.

In un ambiente siffatto il Teatro inteso come espressione artistica (e lo Spettacolo in senso più ampio) erano considerati alla stregua di autentiche aberrazioni sociali. Perché additate come “attività antiproletarie funzionalmente destinate a sollazzare la borghesia”. La Letteratura teatrale era pressoché messa all’indice da lezioni, libri di testo e gruppi di studio. Tranne che non fosse quello degli Autori greci classici (ah, quanto mi hanno fatto detestare l’onnipresente Medea !), giusto perché erano nel programma di studio. Oppure di Bertold Brecht; o, ancora, di drammaturghi dichiaratamente militanti. In altri termini, uno Shakespeare, un Molière o Goldoni erano decisamente innominabili.

Stesse preclusioni per la Musica. A due passi da noi, a Bari, viveva Nino Rota; ma nessuno ce lo disse mai, ammesso che buona parte dei nostri stessi docenti sapesse chi fosse. Tuttavia, dovevamo conoscere a menadito le ballate di Guccini, evitando accuratamente quelle di Fabrizio De André e di Lucio Battisti. Le nenie degli Inti Illimani risuonavano nei corridoi come nemmeno tra gli stand dei panini con la porchetta nelle Feste dell’Unità. E bastava solo nominare che esistesse un tale Carlos Santana, per ritrovarsi riprovevolmente emarginati per mesi.

E in Letteratura, stessa solfa. Pier Paolo Pasolini ? Fu considerato “buono” solo sino a che non scrisse che anche i poliziotti erano proletari: da qual momento fu aborrito anche lui. Moravia ? Sub judice; non convinceva granché perché scriveva di borghesia. Dino Buzzati ? Reazionario. Giovannino Guareschi ? Non abbastanza rivoluzionario; quindi al rogo, e chi se ne frega che fosse andato in galera (unico intellettuale italiano nella Storia della Repubblica) per reato di opinione.

Il Cinema e la Televisione erano ovviamente considerati, alla stregua dei Teatri, luoghi di assoluta perdizione ideologica. Nemmeno la Rivoluzione Culturale cinese era arrivata a tanto.

La creatività, la fantasia, l’Arte erano, dunque, categorie che andavano sostanzialmente aborrite; tranne che non fossero orientate e asservite alla Lotta di Classe. Questo era l’ambiente in cui il giovane sedicenne che io ero, bramoso di conoscere e studiare tutto quel che mi circondava, si ritrovava ad essere immerso fino alla cima dei capelli. E, quindi, in quella palude di oscurantismo bolscevico, come diamine avrei mai potuto sapere chi realmente fosse Eduardo De Filippo ? Come avrei mai potuto avere l’esatta percezione della sua grandezza; della sua immensa capacità di mettersi sulle spalle le stigmate dell’animo umano e rappresentarle al mondo talvolta con dolore, talaltra con ironia ? Come mai avrei potuto sapere che era un Genio assoluto, degno epigono del suo maestro e mentore Luigi Pirandello ? E no. Proprio non potevo.

Ma quella sera mi bastò semplicemente ascoltarlo per iniziare a comprendere che il mondo della Cultura, delle Idee, dell’Arte prescinde dal colore di vernice che gli spalma sopra chi non ha voglia e capacità di studiarlo. Né di comprenderlo e tantomeno di studiarlo.

Dopo quell’incontro con lui, il mio approccio alla Cultura cambiò radicalmente. Decisi che mai più avrei nutrito preclusioni concettuali e pregiudizi personali. Tutto di tutti andava letto, visto, ascoltato, assaporato, introitato. E poi rimacinato. E digerito, metabolizzato, rielaborato.

E così feci. E così continuo a fare tutt’ora. Senza preclusioni, senza pregiudizi, senza preconcetti. Che lascio volentieri a chi non ha né voglia, né capacità di confrontarsi con gli altri.

Nella primavera del 2012, durante il mio periodo di vita trascorso a Roma, un sabato mattina andai davanti alla tomba del Maestro De Filippo nel Cimitero del Verano. A distanza di quasi quarant’anni da quella sera, gli dovevo un bel po’ di scuse.

E tutta la mia gratitudine.

——

NdA – La foto a corredo di questo articolo è stata tratta dal sito web www.librerialaterza.it

La soave burla di una Epifania fiorentina.

Gli scaffali dell’Ippocampo- n. 1

Era la sera dell’Epifania del 1991. Trenta anni fa, giorno più giorno meno.

La sera in cui arrivai a Firenze.

La piazza antistante la stazione ferroviaria di Santa Maria Novella era scarsamente illuminata e disadorna. Appariva squallida, persino inquietante., immersa in una foschia che spalmava sull’asfalto tutta l’umidità borseggiata all’Arno. Inoltre pullulava di quelle figure un po’ losche, equivoche e sfuggenti che sono fauna stanziale delle strade circostanti gli scali ferroviari, così come quelle gli angiporti. Anche le poche puttane d’ordinanza apparivano spente, appoggiate indolenti e disfatte ai lampioni senza nemmeno un indumento colorato indosso. Perfettamente mimetiche con l’ambiente grigiastro in cui tutto era immerso.

Il clima era pungente e nell’aria si percepiva odore di neve, che effettivamente di lì a qualche giorno sarebbe arrivata; e sarei andato a vedere il Lungarno imbiancato come nessun macchiaiolo avrebbe mai potuto riprodurre su tela. Nonostante il freddo decisi di incamminarmi a piedi, non cedendo alla tentazione di prendere il taxi per raggiungere la mia destinazione. Volevo assolutamente respirare quell’aria che avrei inalato per alcuni mesi successivi.

Prima consultai la mappa stradale della città. per poter individuare quale strada imboccare. Me l’ero procurata prima ancora di partire, in un ufficio della SIP (come all’epoca si chiamava la compagnia telefonica nazionale). Si trattava di un piccolo libricino che veniva allegato agli elenchi telefonici, sul quale erano riportate le planimetrie delle città principali. Si chiamava “Tuttocittà” ed era abbastanza agevole da consultare; sempre, tuttavia, che non capitasse la sventura di dover localizzare una strada che iniziasse in una pagina e proseguisse in un’altra magari non immediatamente consecutiva. In quel caso la decifrazione diventava più impegnativa che quella di una sciarada della Settimana Enigmistica.

Stiamo pur sempre parlando di oltre trent’anni fa: epoca in cui l’utilizzo di un GPS che indicasse il cammino rimandandolo sullo schermo di un telefono da portare in tasca non era contemplato nemmeno nel più visionario dei libri di fantascienza. Figuriamoci. A titolo personale, mi sentivo già discretamente avveniristico soltanto perché disponevo di quella pubblicazione da consultare.

Mi orientai agevolmente e mi mossi a percorrere via Panzani. Era piuttosto buia anch’essa; al punto che iniziò a pervadermi un certo scoramento misto a delusione. La Firenze storica, vitale, universale dei miei ricordi di liceale e delle mie aspettative, dove diavolo era? Possibile che fosse proprio quella? Che fosse proprio così disadorna e deprimente?

Proseguii per via de’ Cerretani, che si mostrò non troppo differente dall’altra, in quanto ad aspetto.

Sinché…

Sinché non mi trovai davanti al Battistero di San Giovanni, in piazza del Duomo.

E lì, in quel momento, (lo ricordo vividamente) come se un regista nevrotico avesse ordinato l’immediata accensione di tutti i riflettori, venni abbacinato dalle multicolorate luci delle luminarie natalizie. E mi ritrovai immerso in una fiumana di gente che era in giro a passeggiare ed a gremire i bar in cui sorseggiare tazzone di cioccolata calda. Tutto d’incanto apparve magico, fiabesco.

Scorsi la sagoma del Campanile di Giotto, che sino ad allora avevo visto giusto in foto sui libri di Storia dell’Arte. E finalmente realizzai che ero giunto. Ero proprio lì dove dovevo essere. A Firenze.

Il giorno seguente avrei iniziato a frequentare il Corso Tecnico Applicativo, riservato ai medici che avevano deciso di esercitare la professione nel corpo sanitario dell’Esercito. Varcando il portone della Scuola, nella Caserma Redi in via Venezia, si sarebbe inesorabilmente avviato un nuovo capitolo della mia vita del tutto inatteso e pregno di incognite. Un capitolo che era tutto da scrivere, ancor più che da leggere.

Il che voleva dire che quella stessa sera, in quel preciso momento in cui ero immerso dalle luci di una serata di Epifania fiorentine, dovevo necessariamente sugellare il capitolo che stavo vivendo. Dovevo chiudere una pagina e iniziare a scrivere la successiva. Non potevo tornare più indietro. Ed, in realtà, non ne avevo nessuna intenzione.

Decisi pertanto che lo avrei fatto con assoluta calma, serenamente. Non c’era alcun motivo per cui mi dovessi precipitare a raggiungere la camera d’albergo che per i quattro mesi seguenti sarebbe stata la mia abitazione. Non avevo e non volevo avere nessuna fretta.

Volevo restare il più possibile lì dov’ero. In piazza del Duomo. Ad abbracciare e a mia volta farmi avvinghiare da quella Firenze beffarda, che mi si era dapprima mostrata grigia ed indisponente; ma poi, a burla consumata, mi aveva inondato di luci e colori. Mi aveva tirato un bello scherzetto. Alla “Amici miei” di Monicelli. Tipicamente fiorentino.

Mi fermai a sorseggiare una cioccolata calda. Quando la ordinai, ebbi modo di ascoltare che avevo già un accenno di “c” aspirata nella mia voce.

Del che, non me ne stupii affatto.

Gli scaffali dell’Ippocampo.

Gli scaffali dell’Ippocampo – n. 0

Di paure ne ho tante. Come tutti, del resto.

Ma ce n’è una, in particolare, che mi assilla da un po’ di tempo; aumentando di intensità man mano che procedo verso la linea dell’orizzonte finale. È quella di perdere la memoria, di ritrovarmi i ricordi di una vita irrimediabilmente resettati. E quindi di non poterli più rievocare, così da rendersi vano tutto quanto vissuto, provato, percepito, scritto, ascoltato, detto, pensato, espresso e così via nel corso di una intera esistenza. La mia.

Sarebbe, a suo modo, persino divertente. Tuttavia, quel furto di ricordi priverebbe chi mi vivesse attorno di tutto un patrimonio di episodi, vicende, storie, considerazioni, pensieri, cronache di scoramenti, sconfitte e trionfi, sogni, progetti e quant’altro. Tutta roba che, come le rughe, ci ho messo una vita ad imprimere sulla mia pelle di fuori e di dentro. E che sarebbe davvero una disdetta andassero in fumo irrimediabilmente.

Certo, a chi legge potrebbe apparire piuttosto presuntuoso ritenere da parte mia che il mio vissuto possa essere considerato importante dagli altri. Ebbene sì, lo ammetto: nutro questa presunzione. Ed anche se avessi certezza che i miei racconti lasciassero tutti, ma proprio tutti, assolutamente indifferenti, comunque non riterrei vano lo sforzo di metterli nero su bianco.

Narrando le mie vicende alla stessa maniera di come mi è capitato di fare durante certi dopo cena trascorsi a discorrere con un bicchiere tra le mani. Ed affidandole, perché non se ne dissipi la memoria, all’etere dei social. Magari su questo stesso blog. Senza con ciò propormi alcun fine particolare, né pedagogico e nemmeno accademico; ma semplicemente didascalico. Un po’ come si appuntano le annotazioni negli spazi bianchi a fianco di un testo per fissare pensieri e riflessioni su quel che si legge.

Ecco, si tratta esattamente di questo: ripassare a penna quelle annotazioni già vergate a matita sulle pagine del libro della mia vita. Prima che sbiadiscano irrimediabilmente, rendendosi illeggibili.

Chiamerò questa raccolta di ricordi “Gli scaffali dell’Ippocampo”.

L’Ippocampo è un organello situato nella profondità del cervello dalla curiosa forma di un cavalluccio marino, che svolge un ruolo fondamentale nel raccogliere e sistemare in memoria le informazioni che ci giungono. In pratica, è l’archivio della nostra mente. È dunque lì, rovistando tra i suoi scaffali, che attingerò per recuperare i ricordi di quanto mi è occorso durante la mia esistenza. Mi toccherà solo soffiarci sopra per allontanare, da quelle storie, gli strati di polvere che vi si sono accumulati sopra. Mia consueta, irrinunciabile, inevitabile, invincibile, incostanza permettendo. Naturalmente.

Dopo di che, mi basterà allestire una confezione il più possibile gradevole e depositarle qui, in questo blog, dove potranno essere lette e criticate. Da chiunque vorrà farlo.

Io compreso.

(fine)

Più Giorni. E meno Giornate.

(Articolo per DOL’S Magazine)

Presupposto iniziale: non amo affatto le Giornate dedicate.

Già compleanni e onomastici mi lasciano alquanto freddo, a cominciare dai miei; figuriamoci, poi, quelle date nel corso delle quali bisogna necessariamente ricordare qualcosa o commemorarne un’altra.

Ogni 2 novembre la massa contrita e dolente si affolla in coda agli ingressi dei cimiteri, perlopiù composta da personaggi più che altro preoccupati che si sappia in giro che hanno ottemperato al mesto dovere. Ma c’è anche chi invece ci va tutti i giorni; e, magari, evita di farlo proprio nella data tradizionalmente indicata, così attirandosi gli strali dei benpensanti d’accatto. Così come c’è anche chi non ci mette mai piede, conscio della assurdità di visitare un simulacro contenente un guscio corporeo inanimato; ma non manca di riservare quotidianamente il proprio pensiero ai propri cari scomparsi. Magari accendendo in casa un candela che ne perpetui la perduta luminosità terrena.

Ogni gennaio ci battiamo il petto per ricordare la ferocia dell’Olocausto, partecipiamo a quante più manifestazioni rievocative possiamo, ci attardiamo a guardare in tv tutto e di più sia prodotto a riguardo. Dopo di che, spente le luci, arrivederci all’anno venturo.

Ebbene, a mio parere, relegare ad una precisa giornata del calendario (il 25 novembre) il compito di rammentare alla coscienza quanto attiene alla violenza perpetrata nelle sue varie forme contro le Donne è ancor più che limitativo ed inutile: è un autentico vilipendio della memoria delle vittime.

Questo tema non può soggiacere alle limitazioni di essere un semplice appuntamento rituale, come la ricorrenza dei Defunti e tante altre simili. Né può limitarsi a fungere da mero promemoria di eventi passati, quale la rimembranza della Shoah, così come delle Foibe, come anche della strage (di operaie !) dell’8 marzo.

No. In questo caso non può andare così.

Perché la violenza di cui parliamo non è un evento da rievocare. Essa è, purtroppo, una condizione che ogni giorno viene messa in con inudita protervia. Non ci si deve limitare a considerare espressione della stessa la casistica penalmente più rilevante.

In termini più crudi, non ci si può indignare solo quando le cronache registrano un femminicidio o uno stupro. Perché questo genere di Violenza non è di quelle che si manifesta a poussée, a picchi di recrudescenza. Essa è piuttosto un continuum che scorre sotterraneo e misconosciuto, che si consuma più nelle famiglie che nelle strade, più tra i banchi di scuola che negli angiporti nebbiosi, più negli uffici che nei bar di periferia.

E se questo è vero, se mentre sto scrivendo queste righe in una abitazione a pochi passi potrebbe esserci un individuo che sta picchiando la propria compagna per gli spiccioli della spesa o un capofamiglia che ha deciso di imporre ad ogni costo il destino che ha scelto per la propria figlia, non sarà certamente il contrirsi addolorati nel corso di una Giornata ad esse dedicata a risolverne le esistenze.

Di qui, il mio personale approccio alla Giornata della Violenza sulla Donna: non la celebrerò. Perché l’ho fatto nel corso di tutti i trecentosessantacinque giorni di ciascun anno consumato nella mia intera esistenza. E così continuerò invece a fare, battendomi ancora al meglio delle mie possibilità.

Per carità, chi proprio vorrà farlo domani celebri la Giornata, rievochi le vittime, si spalmi una ditata di rossetto sulla guancia e vada in giro a manifestare tutta la propria condivisione del problema.

Importante è che non attenda che passi un altro anno per reiterarlo.

Importante è che dopodomani, al risveglio, non abbia già dimenticato.

(fine)

Cronaca di un incontro emozionale. Ed il pane non c’entra…

Sino a che non è avvenuto l’incontro, di Laterza ho custodito un’unica e limitata immagine: quella del paese in provincia di Taranto in cui si produce uno dei migliori tipi di pane d’Italia. Quindi del Mondo.

Null’altro. Tutto qui.

Poi qualcosa è cambiato. Anzi, tutto. È accaduto che ci sono stato, all’imbrunire di una domenica di giugno. Ieri.

Mi sono addentrato nei vicoli del suo centro storico, straordinariamente lindi e candidi. E odorosi delle erbe aromatiche straripanti da vasi disposti dovunque: posati davanti alle abitazioni, allineati su balaustre e scalette, occhieggianti al di là dei cancelli domestici, incastonati nei muri lungo le stradine, appesi sui telai di vecchie biciclette, incastrati nel sedile sfondato di antiche sedie di paglia.

Sono andato ad ascoltare la sinfonia maestosa dell’acqua che scorre sul fondo della gravina. Sporgendomi sul suo ciglio, senza riuscire a scorgerne il fondo.

In quelle stradine mi hanno sorriso donne con occhi sfavillanti e volti solcati.

Ho incrociato a lungo lo sguardo con il teschio di pietra incastonato alla base del timpano della Chiesa del Purgatorio, affacciandomi da una piazzetta di fronte che ne sovrasta l’ingresso.

Ed è proprio lì che è accaduto. L’incontro.

Proprio davanti alla bianchissima facciata di quella che fu una cappella cinquecentesca, ora sconsacrata ed adibita ad accogliere ospiti in cerca di Bellezza e Cultura. Non poteva essere altrimenti, essendo dedicata a San Giuliano protettore degli Ospitalieri, intesi come dediti ad elargire “ospitalità”.

Un tempietto della buona accoglienza, dunque. Sul cui uscio ho trovato Francesca CLEMENTE e Gianni MAGGI, che di esso sono anima e cuori pulsanti. Una architetta ed un imprenditore di straordinaria sensibilità artistica, che hanno orientato la propria vita a ribadire il valore di un paese per troppi versi assurdamente misconosciuto e trascurato; ma decisamente meritevole di un legittimo riconoscimento.

Con entrambi è stata subito empatia. Ed accorata condivisione di idee, opinioni, ricordi, emozioni. Nonché occasione di scoperta: di se stessi, certamente. Ma soprattutto della magia di quel luogo, che dal XVII secolo continua ad intrigare viandanti che percorrono la Murgia al confine tra Puglia e Lucania, diretti verso la costa jonica.

E li costringe a fermarsi. Proprio lì.

 

Perché non perdano occasione di affacciarsi sul ciglio della gravina ad ascoltare la musica dell’Acqua.

8 giugno 2020

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Per conoscerne di più: https://www.sangiulianobnb.it/  – (Immagine del titolo tratta dal sito)

 

Riflessioni a piede libero di un (unico) maschietto in video.

Ho scritto queste riflessioni  al termine di una video riunione a cui sono stato invitato a partecipare da Caterina Della Torre, Direttrice della rivista online DOL’S MAGAZINE. Titolo dell’incontro era Donne in dialogo affronta il tema della paura nella fase due”Nella quale, l’aspetto più singolare è stato che (come si evince dal titolo) mi sono ritrovato ad essere l’unico soggetto di sesso maschile a parteciparvi. Inevitabili le mie conseguenti considerazioni, che ritrovate illustrate qui sotto.

Buona lettura.

C’era una volta un Generale. Tanto tempo fa.

Cosa c’entra, vi chiederete. Nulla. Anzi no, qualcosina. Vado avanti e tenterò di spiegarmi meglio.

Dunque, tanto tempo fa c’era un Generale. Un Alpino “tutto d’un pezzo”. Costui quando gli si prospettava la necessità di effettuare una azione militare un po’ “sporca”, cioè non proprio tranquilla, assai impegnativa e con qualche rischio di troppo, che prevedesse essere eseguita da un ufficiale medico, rispondeva sempre allo stesso modo: “Mandiamoci Lerario.” E così accadeva.

Lerario ero io. Anzi, lo sono ancora.

Ed il motivo per cui sceglievano me non aveva nulla a che fare con mie competenze e abilità. Semplicemente sapevano che non mi negavo. Acconsentivo pressoché senza riserve, per assoluta incoscienza. Accettavo l’incarico, portavo a termine quel che andava fatto, quindi rientravo nei ranghi. Sino alla volta successiva. Andava così.

Da un bel po’ di tempo avevo rimosso il fatto di aver esercitato questa mia imprudente attitudine. Non fosse altro per evitare di cadere nella sindrome del vecchio reduce rimminchionito che si nutre di ricordi e rimpianti.

Ci sono riuscito per anni, sino ad un paio di giorni fa. Sino a quando, cioè, Caterina Della Torre mi ha invitato a partecipare alla video riunione di cui stiamo trattando, precisandomi che sarei stato probabilmente l’unico soggetto di sesso maschile in un contesto decisamente muliebre.

Un flash ha attraversato la mia mente illuminandone a giorno le stanze più buie, quelle in cui ho accatastato i ricordi più impolverati. Ci risiamo, mi sono detto. Eccone un’altra di missione “tosta”. Come ai vecchi tempi.

Ho quindi tirato fuori da ancestrali bauli l’equipaggiamento più idoneo, mi ci sono bardato e all’orario prescritto ho acceso la webcam.

E mi sono ritrovato da …quell’altra parte: nell’ignoto mondo della altra metà della mela.

Smarrito. Preoccupato. Inadeguato.

Praticamente mi sentivo come davanti ad un plotone di esecuzione. Così come accade a qualunque maschietto medio quando si ritrovi al cospetto di un gruppo di esponenti di quella categoria impunemente ed erroneamente da sempre indicata come “sesso debole”.

Mi sono venute in mente immagini terrificanti: dal coniuge della mantide religiosa digerito dalla appagata consorte a Nicolas Cage nell’ultima scena del film “Il Prescelto”.

E, ormai rassegnato, da impavido eroe di “genere” ho offerto il petto alle frecce di ogni Artemide che mi scrutava sospettosa dalle finestre multiple dello schermo della piattaforma Zoom.

Ho, quindi, invocato in mio ausilio l’intervento sovrannaturale delle protagoniste dei miei libri, che ho sempre tratteggiato con rispetto e adorante sussiego. Figena, Ilona, Awashima; ma soprattutto Julienne, antica madre ancestrale.

Quindi, ho fatto ricorso a qualcosa che tutti noi umani bipedi di sesso maschile ci ritroviamo addosso; e che, stoltamente, non usiamo praticamente mai. Il cromosoma X; quel piccolo ma determinante frammento di genomica femminilità che, volenti o nolenti, teniamo dentro.

Di cui ignoriamo o, comunque, scordiamo l’esistenza. Ma che fa parte del corredo di ogni nostra cellula, come testimone silente non solo e non tanto delle nostre origini, quanto di quel non dovremmo mai dimenticare di essere.

L’ho pubblicamente rivendicato, nel corso del mio primo intervento. Non di certo per arruffianarmi le incombenti presenze; ma per rimarcare quel che è impossibile eludere. Cioè, che la distinzione dell’essere umano in differenti identità sessuali è funzionale solo alla generazione del più straordinario prodotto che si possa immaginare: la Vita. Null’altro.

E, da quel momento, tutto si è colorato di necessaria e stupefacente straordinarietà.

Sono scesi in campo i nostri cervelli, non le nostre genitali prerogative. Così che in un fluente unicum, stimolante e produttivo, abbiamo affrontato con approccio sereno e costruttivo persino spettri come Coronavirus, Pandemia, Paura, Disagio infantile, Delazione, Asocialità, Solipsismo. Ed altri, più o meno altrettanto terrificanti.

Ed assieme abbiamo generato idee, proposte, intendimenti. Vita, per l’appunto.

Ed assieme abbiamo esorcizzato il Distanziamento.

No, non quello che di recente si invoca a più voci come artifizio profilattico; ma quello che ci portiamo dentro da millenni. Quello che ebbe inizio quando l’ominide che tornava dalle battute di caccia nella sua caverna ritrovandoci l’altra metà di se stesso, prese a non riconoscerla più in quanto tale.

Quando, cioè, dimenticò che Sole e Luna condividono il medesimo cielo.

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Accadde in Basilica. A me.

È Maggio, qui a Bari.

Ma c’è nell’aria qualcosa di diverso; non è come sempre. Quest’anno la Basilica resta chiusa a devoti e visitatori. Accade proprio nei giorni in cui tutto il mondo, di fatto o con il pensiero, si ritrova qui a celebrare il ricordo del Santo più universale che ci sia: San Nicola.

In verità in una occasione accadde anche a me, qualche tempo fa, di ritrovarmici lì dentro, tutto solo nella grande chiesa. Anzi, no; c’era qualcun altro con me. La trovai seduta davanti al grande altare. Ed iniziammo a conversare tra noi. Sinché…

Il racconto di quell’incontro magico l’ho narrato qui. E voglio condividerlo con voi.

Se vi va, potete leggerlo “cliccando” sul link  La visita della Madre

Poteva accadere solo a me.

Poteva accadere solo nella Basilica di San Nicola.

Poteva accadere solo a Bari. Nel mese di Maggio.

Racconto contenuto nella pubblicazione “CI SONO IN ITALIA DONNE CHE…” prodotto da ANCRI (Associazione Nazionale Insigniti Ordine Merito Repubblica Italiana).