Benvenuti.

ridotto

Perché questo blog.

Più di qualcuno mi ha consigliato di utilizzare lo strumento espressivo del blog per esternare le mie idee, pubblicare i miei pensieri, esprimere quel che sento. Ci provo, seppur conscio della mia innata incostanza; che sicuramente verrà contrappuntata su queste pagine dalla presenza più di pause che di produzioni .

In realtà sono qui perché ormai fobico delle strade affollate. Nel senso che intendo provare a percorrerne una meno battuta rispetto alle adunate caciarone e autoreferenziali in cui, ormai, si sono trasformati i comuni Social presenti nella rete.

Snobismo intellettuale ? Forse. Anzi, sicuramente.  Ma non solo.

Alle prossime esternazioni. Incostanza permettendo.

 

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Quel dialogo interiore che chiamano Preghiera.

Da sempre il tema della Preghiera costituisce un impegno intellettuale e cognitivo per ciascun essere umano. A qualunque estrazione sociale, impostazione ideologica e credo religioso appartenga.

La possibilità di poter interloquire con il Divino ha sempre orientato l’Uomo ad escogitare metodi e sistemi che ne riducessero “fisicamente” la distanza con Esso. Così che giungesse a destinazione con adeguata forza e substantia.

Esigenza che ha, purtroppo, favorito la comparsa di quella progenie di “mediatori” (i sacerdoti di ogni religione e gli officianti di ogni rito) che ne hanno proditoriamente snaturato la necessità intrinseca ed intima.

Personalmente credo che la Preghiera sia cosa propria, personale, privata. E che vada effettuata non guardando verso il cielo, dove altro non sono che nuvole e venti; bensì verso il proprio interno, ove Anima e Spirito fervono alimentando la nostra Vita. Senza intermediazioni, senza tramiti.

Avevo affrontato l’argomento della Preghiera in un mio testo teatrale. Eccone lo stralcio.

 

Brano tratto dal Racconto Teatrale

“LORO, IL PICCOLO GREGOR E LA TERZA POSIZIONE”  (*)

di Cosimo Lerario (2018).

…………..

  “Lei non è credente, signore?”.

Replicai con un po’ di impaccio: “Effettivamente non molto, ragazzo mio”.

“Ah, ho capito…” Rimase un po’ assorto a rimuginare chissà cosa, quindi disse “Mi scusi, signore. Posso farle una domanda?”.

“Certamente… falla pure”.

 “Lei, di sera, prima di dormire, prega?”.

“Assolutamente no. Non succede mai”.

“Ma proprio… mai mai?”.

“Mai!”

“Ho capito.” e tornò a rimuginare in silenzio, guardando nel vuoto e inseguendo chissà quali pensieri.

Quel suo atteggiamento diventò per me addirittura imbarazzante, al punto che mi sentii in dovere di abbozzare una mezza giustificazione. “In realtà, caro Gregor, se mai volessi farlo (e bada bene che non ti sto dicendo che lo vorrei) non saprei nemmeno come fare… da dove iniziare… Non conosco nessuna preghiera”.

Sgranò gli occhi, come se fosse stato rinfrancato dalla mia risposta.

“Ah, se è solo per quello… non c’è problema. Faccia come faccio io”.

“Dimmi”.

“Quando arriva il momento in cui intende pregare, lei chiuda gli occhi e si metta a pensare… deve pensare a tutto quanto sia bello per lei… Paesaggi, fiori, montagne… Ma anche persone: parenti, amici, donne… Pensi a tutto quello che lei vuole, purché sia qualcosa che lei ritenga bello.”

“E perché fare questo… che senso ha…”

“Perché la Bellezza è sacra. Se lei pensa alla Bellezza, in quel momento sta pensando a chi l’ha creata. Sta pensando a Lui. E se pensa a Lui, automaticamente sta pregando… non crede?”

Non riuscì a evitare di manifestare al ragazzo il mio scetticismo. “Potresti anche aver ragione, Gregor. Ma, sai, non sempre si arriva a sera con la voglia e la possibilità di pensare alle cose belle… Quando si è stanchi è più facile ricordare quel che è successo di brutto durante il giorno. E non il contrario. Quindi non si riesce a pregare nella maniera che tu suggerisci.”

“Allora, in quel caso, quando è molto stanco o scoraggiato o addolorato e non le viene di pensare a nulla di bello… sa che deve fare? Chiuda gli occhi e ripeta, una per una le lettere dell’alfabeto… Dentro di sé… Sottovoce. A, B, C, D, e tutte le altre. Sino alla ZETA.”

“E a che serve… Che senso ha…”.

“Serve… serve… Lei ci mette le lettere. E poi sarà Lui a metterle in ordine e a tirarne fuori qualcosa. Con le lettere si fanno le parole, no? Lui le prenderà, le metterà assieme e le trasformerà in Poesia”.

 “Beh. Detto così sembra tutto semplice… non credi?”

“Ed è così infatti. È proprio semplice. Ci pensi bene. Guardi questo spartito. Vede? Queste sono le note. Vede come sono fatte? Sono solo dei pallini con le stanghette scarabocchiati su questo pezzo di carta. Sono solo delle macchioline di inchiostro messe una in fila all’altra. Poi arriva qualcuno che le mette insieme. Io, ad esempio. Arrivo con il mio violino e le leggo. E allora quelle macchie di inchiostro diventano Musica. Diventano Arte. Diventano Poesia. Diventano Bellezza.

È come una Magia. Anche per Lui funziona così.

Lo so. Così fa Lui con i nostri pensieri. Li prende tutti, li mette insieme e li trasforma”.

Quindi, ridendo di gusto aggiunse “Visto come è semplice? Ed è pure conveniente, non costa nessuna fatica: fa tutto Lui. A noi tocca solo portare le note. Lui compone la musica. E la suona pure”.

……….

(fine dello stralcio)

(*) siae depositato in data 4 maggio 2018

La Visita della Madre.

Il racconto di un incontro magico, surreale, intimo con una grande protagonista della Storia di Bari. Anzi con chi fece grande Bari: Isabella d’Aragona.

Poteva accadere solo a me.

Poteva accadere solo nella Basilica di San Nicola. Poteva accadere solo a Bari.

Per leggerlo cliccare sul seguente link   La Visita della Madre [2018]

Il racconto è contenuto nella pubblicazione CI SONO IN ITALIA DONNE CHE… prodotto da ANCRI (Associazione Nazionale Insigniti Ordine Medito Repubblica Italiana).

 

Quanto può essere Gelido un Inverno?

Venerdì scorso, 14 settembre, ho partecipato alla presentazione del libro di Anna Maria De Leo “Gelido è l’inverno” (FOS edizioni). Queste le impressioni che ho metabolizzato a proposito. Del tutto viscerali, ovviamente.

Quanto può essere Gelido un Inverno?

E cosa lo rende più o meno rigido, più o meno insopportabile?

La risposta è nient’affatto scontata.

C’è l’inverno delle giornate brumose, quello il cui freddo ti entra nelle ossa dopo averti avviluppato dall’esterno come un tabarro inzuppato calatosi direttamente da un cielo plumbeo che si impegna allo spasimo per farti scordare la esistenza del sole sopra le nuvole. È un inverno terribile; ma da cui ci si può difendere. Volendo.

Coprendosi, riparandosi, avvolgendo le dita attorno ad una tazza con dentro qualcosa di bollente da portare con circospezione alle labbra.

Ma, poi, c’è l’altro. C’è quell’altro maledetto Inverno. Quello che non c’entra nulla con il clima. Quello che perciò può affacciarsi in un qualunque momento; quello che arriva quando gli pare e piace perché non deve aspettare che l’equinozio d’autunno costringa le giornate ad accorciarsi, la luce ad affievolirsi, le foglie ad essiccarsi.

È l’inverno che può arrivare anche a Ferragosto. O a stuprare la Primavera.

È l’Inverno che nasce dentro. Quello che arriva subdolo, vigliacco, incarognito.

È il Male assoluto, che da un momento all’altro ti ritrovi in corpo al posto del Bene. È il Buio che prende il posto del Sole.

Nasce dentro. Viene dal di dentro e procede, erode dentro. Dentro.

E scava sino a raggiungere le caverne recondite più inaccessibili dell’anima. Colmandole.

Per questo Gelo non c’è nulla che tenga. Nulla.

Fu questo l’Inverno che colse e annichilì una sposa di ventisette anni, a cui il Fato (stramaledetto ed ignobile) decise una mattina di strappare via il compagno di una vita, il padre delle due figlie, la luce di una esistenza. La mano confortevole stretta ed intenzionata ad accompagnarne il cammino nel pelago.

Fu questo l’Inverno che colse e annichilì Anna Maria De Leo, quando salutò sulla soglia il suo Nicola (Parisi). Che da quella uscita non tornò più.

E fu subito Gelo.

E furono subito presenze inopportune, come le nenie di sentenziose parenti rigurgitanti anatemi invece che conforto.

E fu subito crollare sul pavimento del bagno domestico alla ricerca della pietra filosofale più irraggiungibile: la risposta di un Perché.

Quel Gelo non passa. No, che non passa.

Non passò.

Nemmeno immediatamente dopo, nemmeno con il procedere dei giorni, delle settimane, dei mesi.

Nemmeno con il materializzarsi di quel roseo frammento di vita terrena che Nicola non aveva mancato di trasmettere, forse presagendo l’imminenza di quel suo viaggio in solitaria.

Non passò nemmeno di fronte allo stupefacente pervenire di messaggi che Nicola affidava alla lunare sensibilità di Lina (Angela De Leo – NdA) perché fossero trasmessi ad Anna Maria; così che Ella avesse cognizione dei posti “dove la neve si trasforma in lana”.

Posti da dove Nicola non rinuncia a continuare a vegliare senza peraltro mai deflettere al suo consueto tratto ruvidamente burbero.

Il Gelo non passa. No, che non passa.

E allora si trasforma.

Le lacrime di Anna Maria si fanno inchiostro. Ognuna di esse cade sul foglio e si trasmuta: in vocali, in consonanti, in segni di punteggiatura, in cifre.

E i sospiri diventano parole, i pensieri si sublimano in frasi.

Le tempeste di sentimenti vorticosamente si depositano su fogli candidi.

Tutto diventa segno. Tutto diventa scritto.

Nascono lettere. Missive che Anna Maria spedisce verso la dimensione dell’immateriale. Perché arrivino a chi non ha più orecchie per ascoltare e gola per rispondere; ma sicuramente barlume per comprendere.

Ed arrivano a destinazione. Altro che.

Lo attesta Lina, con i suoi frequentati dormiveglia.

Lo confermano gli eventi, con la loro ineluttabilità.

Il dialogo è dunque ripreso. Non importa che ci sia chi creda o meno che ciò possa accadere davvero. È ripreso e tanto basta.

Di lettere perciò Anna Maria ne ha scritte tante. Lo ha fatto ogni momento in cui ne ha sentito il bisogno. Ogni volta che ha avuto la necessità di alzare la voce così che lui la ascoltasse anche da una stanza all’altra. Ogni volta che ha sentito più inesorabile la mancanza di una carezza che ne sfiorasse il viso, di una stretta di dita che ne serrasse la mano.

Ora quelle Lettere sono condivise con chiunque le voglia leggere, ascoltare, “sentire”.

Con la benedizione della Autrice le ha pubblicate la FOS edizioni (“Gelido è l’Inverno”, 2018) perché chiunque possa averle tra le mani e sfogliarle.

E mediante quelle avere consapevolezza che anche nell’Inverno più Gelido è possibile trovare fascine per fare fuoco e riscaldarsi.

Purché si esca, si affronti il vento gelido, si sprofondi nella neve e le si vada a raccogliere; purché le si voglia davvero raccogliere.

Così che, poi, possa quella stessa neve diventare lana.

 (fine)

213 

FATO (da non confondere con il Destino)

 

fiero del libro

FATO

Sabato 8 settembre, partecipando come Cercatore di Parole all’edizione 2018 di FIERO DEL LIBRO, ho scelto di illustrare questa parola perché ho parecchi conti da regolare proprio con lui: con il FATO. O lui con me, a seconda dei punti di vista.

Non è un caso che esso sia costantemente presente nelle mie produzioni letterarie. Tra cui quella pubblicata dalla SECOP che cortesemente ci ospita.

Parliamone, dunque. Cominciando “da dietro dietro”, come si dice dalle nostre parti.

Il termine FATO deriva dal latino fari che significa “dire”, “parlare”. Quindi fatum, il suo participio passato neutro, vuol dire “ciò che è detto”.

Anzi, per essere più precisi, “ciò a cui (essendo stato detto) ci si deve adeguare, a cui si deve obbedire e a cui è inutile tentare di sottrarsi”.

Quindi si tratta di “ciò che è detto” da qualcuno che ha potere di farsi obbedire. Da qualcuno che sta in alto, ma molto in alto: dalla Divinità. Ma mica una qualunque.

Persino Giove (che pure era il Capo dei Capi degli Dèi romani) doveva sottostare al Fato. Doveva fare quel che il Fato gli imponeva facendoglielo sapere mediante le Parche. Che tra l’altro erano figlie sue.

E allo stesso modo prima di lui stessa sorte era capitata a Zeus (il Giove della mitologia greca) con le Moire. Idem, qualche centinaio di chilometri più a nord, nella mitologia norrena accadeva ad Odino con le Norne.

E qui già partono due doverose considerazioni.

La prima è constatare amaramente come coloro che avevano il compito di imporre il volere del Fato erano inesorabilmente donne. E questa Storia continua, come noi maschietti sappiamo bene. È evidentemente il Fato che impone all’Uomo il compito privilegiato di dover conferire i sacchetti della spazzatura o di dover stazionare ore ed ore sulle panchine dei centri commerciali.

La seconda consiste nella riflessione che anche il più potente degli Dei di ogni latitudine, nazione e continente si rammollisce come una scamorza di fronte al volere delle proprie figlie. E anche in questo caso è tutt’ora così. Lo affermo per esperienza personale.

A questo punto potremmo anche chiudere qui l’analisi di questa parola. Concludendo che il Fato consiste nell’assioma indiscutibile per cui “ciò che è detto è detto. E va fatto”. Punto e basta. Prendere o lasciare. Anzi, obbedire e tacere.

E invece no. Non possiamo chiudere qui. Perché la faccenda è più complicata di così.

Tanto per cominciare, FATO è un termine che molti considerano troppo letterario; quindi buono per essere scritto e non per la lingua parlata.

Pochissimi lo usano con cognizione di causa. Anche perché nel linguaggio corrente viene grossolanamente utilizzato quello di Destino.

Nessuno seduto al tavolino di un bar si azzarderebbe a dichiarare “Il Fato mi ha teso oscure trame da cui sono emerso con difficoltà.”

Piuttosto è più facile ascoltare qualcosa del tipo “Il Destino è stato ingrato con me e mi ha reso la vita difficile”. No?

Il problema è che Fato e Destino sono due parole che hanno significato ben diverso tra di loro. Non indicano la stessa cosa. Anzi. Tutt’altro.

Il FATO, come detto, è uno strumento degli Dei per imporci di fare quella che è la loro volontà. Pertanto noi piccoli esser umani ci troviamo a dover assecondare ed esaudire necessità divine che non conosciamo, non capiamo e magari nemmeno condividiamo. È la quintessenza del “…vuolsi così colà dove si puote…”, che Maestro Dante Alighieri fa pronunciare a Virgilio quando i demoni iniziano a mostrare una certa insofferenza nel vedersi visitare come se fossero in uno zoosafari. Obbedire, dunque; e tacere. Muti. È il Fato che lo chiede.

Il DESTINO, invece, è tutt’altra cosa. Anzi è tutto il contrario. Perché il Destino è costruito dall’Uomo stesso. Nel suo determinismo giocano un ruolo decisivo la Volontà, la Determinazione, la Caparbietà, l’Applicazione: insomma, tutte le migliori qualità che un essere umano può mettere in campo per adattare la Volontà del Fato alle proprie esigenze e necessità. Che mica devono per forza coincidere con quelle della Divinità. Tutt’altro.

Se il FATO è dunque prerogativa divina, il DESTINO è cosa umana.

E quindi il Destino può addirittura cambiare radicalmente i diktat del Fato; perché no? Può, eccome.

Tornando per un attimo a citare il libro che proprio la SECOP mi ha pubblicato (“Straordinarie Polarità Lunari”), ricordo che le sue quattro protagoniste hanno tutte un Fato tracciato e precostituito. Ma ognuna di esse, con varie modalità, strada facendo lo cambia.

In meglio o in peggio non importa. Importante è che ognuna di esse diventa comunque artefice del proprio Destino. E così sconfigge il Fato e le sue pretese.

Chi di Voi il libro l’ha già letto ha perfettamente compreso a cosa mi riferisco.

Che dire… chi non l’ha ancora fatto corra a procurarselo. E comprenderà a sua volta.

Tutto qui parlando di FATO? Possiamo terminare, finalmente? E no. Niente affatto.

Magari si potesse chiudere qui; ma la faccenda si complica ulteriormente con l’introduzione del concetto di Provvidenza.

Pensavate davvero che l’Uomo potesse essere considerato degno di essere artefice delle cose della propria vita? Ma quando mai. Mica gli è permesso, se di mezzo c’è il volere divino.

Cosa ci dicevano già da piccoli? “Gesù non vuole”. Da altre parti si potrà udire “Jehovah non vuole” oppure “Maometto non vuole”. Nelle strade di Calcutta persino “la sacra Trimurti non vuole”. E via dicendo.

A cominciare questa cattiva azione nei confronti del Libero Arbitrio umano fu Zenone, ideologo degli stoici, che pur di mantenere in gioco gli Dei dell’Olimpo anche nel controllo del Destino, tirò fuori dal cilindro una bella storiella. Secondo la quale è, in effetti, possibile che il corso inesorabile degli avvenimenti stabilito dal Fato talvolta possa essere modificato. Ma (e qui sta la fregatura) questo può accadere solo se a farlo sono gli Dèi stessi. Mediante la Prònoia (πρόνοια): la Provvidenza.

Il Destino non esiste o comunque non conta. Alla faccia del libero arbitrio dell’Uomo. Che deve subire e basta.

La discussione su questo punto non finì mica lì e passò in seguito attraverso parecchie altre menti pensanti: Cicerone, Seneca, i neoplatonici, i plotiniani. E tantissimi altri.

Ma fu soprattutto quel grandissimo volpone di Sant’Agostino che riuscì a perfezionare il concetto di Provvidenza così come ancor oggi è illustrato nei migliori catechismi parrocchiali.

E così è andata. Questa è la vera Storia della parola FATO e dei suoi rapporti incestuosi con i lemmi DESTINO e PROVVIDENZA.

Arrivato a questo punto sapete che c’è?

C’è che in nome del mio personale Libero Arbitrio e alla faccia del Fato, “decido di decidere” in piena autonomia di chiuderla qui.

E ringraziarvi tutti per la cortese attenzione. Con un abbraccio.

Cosimo LERARIO 

per FIERO DEL LIBRO –  Corato (BA), 8 settembre 1943.

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I Sogni pedalano in Gruppo. *

È un lavoro teatrale che ho scritto nella primavera del 2017 su commissione dell’amico Francesco Tammacco (attore, regista e direttore della Compagnia IL CARRO DEI COMICI di Molfetta) in occasione della presenza in quella città della carovana del Giro di Italia di ciclismo professionistico. La sua rappresentazione avrebbe fatto parte integrante di una serie di manifestazioni culturali organizzate per l’occasione; ma in realtà il suo allestimento non ebbe luogo per vari motivi, tra cui il decesso per incidente stradale  di uno dei protagonisti italiani della gara avvenuto una decina di giorni prima.

Non può definirsi una Tragedia (nonostante la Morte sia evidentemente onnipresente nella intera trama) né tanto meno una Commedia (nonostante la estrema leggerezza narrativa dei dialoghi).

L’ho giustamente definita all’epoca una Fiaba: per l’appunto una “Fiaba scenica da sellino in atto unico”, che evoca nello spettatore sia lacrimuccie che sorrisi, come ho potuto constatare raccontandola ad un pubblico intimo.

La Trama

È sabato 13 maggio 2017. Per la prima volta nella sua Storia una tappa del Giro d’Italia parte dalla cittadina di Molfetta, in provincia di Bari. Nel frattempo un anziano pescatore (Mauro) è in fin di vita. Al suo capezzale giunge Corrado, suo giovane nipote. Entrambi nutrono una indomabile passione per il ciclismo. Proprio a tale proposito, il burbero Mauro trova occasione per bisticciare con il giovane ed i due si chiudono in un ostinato mutismo. Ma per il vecchio pescatore è giunta l’ora di lasciare questa terra. Per cui giungono a prelevarlo due Angeli incaricati di transitarlo nell’aldilà. Non si tratta di due Spiriti qualsiasi: sono Marco (Pantani) e Fausto (Coppi); i quali hanno il compito di accompagnare alla vita eterna gli appassionati di ciclismo. I due, in virtù di un carattere assai diverso, si punzecchiano con battute salaci; ma nutrono una profonda stima l’uno dell’altro. Giunti a dovere compiere il loro triste ufficio, constatato il momento di dissapore tra nonno e nipote, a Marco viene una idea. E, quindi, a quel punto…

 Dentro la Trama

Quando Marco e Fausto si punzecchiano ripercorrono di fatto la Storia del ciclismo italiano del secondo dopoguerra. Per cui, al di là della finalità celebrativa (motivo per cui era stato scritto) questo testo è adattissimo per essere rappresentato anche nelle scuole, oltre che in Teatro.

Non solo perché sullo sfondo c’è un pezzo della Storia di Italia che non si arriva praticamente mai a sfiorare con i “normali” programmi scolastici. Ma anche e soprattutto perché i più giovani abbiano una visione ed una conoscenza dei due Campionissimi sì metafisica, ma una volta tanto emendata da certi consueti cliché: quelli per cui Marco Pantani si ricorda perché “dopato” e Fausto Coppi perché “sfasciafamiglie”.

 La Fondazione Pantani

Si è costituita e agisce nella città natale del Pirata, Cesenatico, con la finalità di redistribuire in opere benefiche il ricavato raccolto dalle decine di visitatori che quotidianamente vanno a soffermarsi sui cimeli di Marco Pantani nel museo a lui dedicato (Spazio Pantani).

 

 

La portano avanti i suoi familiari: mamma Tonina, papà Ferdinando detto Paolo ed i nipoti Denis e Serena.

Il 2 agosto scorso ho avuto il privilegio di incontrare Paolo PANTANI e donare al Museo una copia di questo lavoro.

 

 

Ma non basta: bello sarebbe se chiunque intenda mettere in scena il lavoro ne possa trarre un piccolo ricavo da devolvere a quella Fondazione. Magari contattandola in occasione della rappresentazione, così che ne abbiano conoscenza e partecipazione.

Così che il Pirata continui a fare sognare gli Italiani e a fare …incazzare i Francesi.

Ah, già… quello era Bartali. Ma fa lo stesso.

* Testo depositato nella sede S.I.A.E. di Bari in data 4 maggio 2018.

Il mio delitto perfetto ? Sul palcoscenico.

Esprimersi. A parole. Scritte.

Esprimersi. Tirare fuori tutto quel che si accumula in corpo. Con parole scritte.

Di più: condividerlo con altri. È dunque questo che spinge animali a sangue caldo come il sottoscritto a vergare righe e liberare nell’aria pensieri come fossero palloncini ad elio.

Non solo; anche questo. Perché effettivamente ce ne sono tanti di motivi. Anzi, di moventi.

Un po’ come in Criminologia. L’elemento psicologico del reato (in parole semplici: il movente) non è mai unico a giustificare l’azione del reo. Ce n’è sempre più di uno. E se un delitto può essere perpetrato con varie modalità, lo stesso accade con la condivisione delle parole e la liberazione dei pensieri.

Tutto questo lezioso giro di parole per annunciare che non mi sto limitando a scrivere libri. Macché: la mia incontinenza espressiva ha cercato e trovato altri campi da fertilizzare. In tutti i sensi.

Uno di essi è quello teatrale. Ed eccomi, dunque, qui ad annunciare da questo blog di avere iniziato le mie incursioni nel magico Mondo di Talia e Melpomene*. Quel mondo in cui le parole non dimorano esclusivamente sulle pagine scritte, ma in forma di voce si agganciano ai pensieri e assieme ad essi volano nell’aria come anemoni candidi a raggiungere chi le vuole condividere. Il delitto perfetto, quindi.

Ho di recente depositato tre lavori destinati ad essere portati in scena:

“I SOGNI PEDALANO IN GRUPPO” (Fiaba da sellino in Atto Unico).

“LORO, IL PICCOLO GREGOR E LA TERZA POSIZIONE” (Monologo/Reading).

“AD INTERIORA TERRAE (LA DISCESA)” (Libretto d’Opera).

Ne riparleremo.

* Thàlia (Θάλεια), era la Musa della Commedia, raffigurata come una ragazza dall’aria allegra che porta una corona di edera sul capo e tiene una maschera in mano. Melpomene (Μελπομένη) era la Musa della Tragedia, rappresentata con una maschera tragica e calzante i coturni (tradizionali sandali tragici) spesso recante un coltello o un bastone e sul capo una corona in cipresso.

 

L’avevo detto… (ma ora c’è la SIAE).

29 aprile 2018

L’avevo detto. Nessuno affermi che non l’abbia fatto.

Suggellai il mio intervento di presentazione di questo blog (Benvenuti) con la frase <<…Incostanza permettendo…>>. Perché tale sono: incostante. Anzi, per dirla meglio, “irregolarmente produttivo”, se vi può piacere di più.

In realtà ho manifestato questa mia inconstanza prevalentemente nella alimentazione di questo blog. Perché nel frattempo ho prodotto altri scritti: copioni teatrali soprattutto, ma non solo. Che purtroppo per me (essendo la mia incostanza sostenuta essenzialmente da pigrizia creativa) sono piaciuti a gente che se ne intende. Ed ora devo continuare a produrne altri, perfezionare quelli già scritti e guardare nel vuoto alla ricerca di nuove idee. Che palle !

Il fatto è che nel frattempo ho dovuto (o voluto o preferito, fate un po’ Voi) addirittura iniziare a tutelare i miei prodotti. Mi sono dunque iscritto alla SIAE [Società Italiana Autori ed Editori], per scongiurare l’eventualità… come dire… di una indebita attribuzione ad altri dei miei prodotti. Ovvero, che chicchessia possa attribuirsene paternità e diritti senza aver trascorso nemmeno una nottata insonne alla ricerca di una idea o di un aggettivo o di una preposizione o di un segno di punteggiatura contenuto negli stessi. Un po’ come accade quando si produce una bella Tesi di Laurea sperimentale ed innovativa, e poi il Relatore regolarmente poi pubblica con il proprio nome. E’ capitato anche a me.

Ora ho persino un numero che identifica la mia posizione in SIAE: 267088. Manca solo che debba tatuarmelo sulla superficie palmare del polso.

Un attimo, che mi sono distratto… Perché ho scritto tutto questo, stamattina ? Ah, sì. Per annunciare che anche tutto quanto troverete scritto in questo blog è ugualmente tutelato come mia proprietà intellettuale.

Non offendetevi, che diamine ! Potrete continuare a leggermi, recensirmi, criticarmi, insultarmi, persino citarmi in vostre produzioni. Ma non potrete appropriarvi di quanto produco io. Questo non si fa.

Peraltro, non è che la qualità di quanto scrivo è poi così eccelsa. Vi converrebbe proprio ?

A presto. Incostanza permettendo, naturalmente.

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Parole chiave: incostanza, pigrizia creativa, SIAE, appropriazione indebita di proprietà intellettuale.